Home Attualità L’Italia sposta il baricentro della spesa pubblica: 36 miliardi destinati alla ‘Difesa’

L’Italia sposta il baricentro della spesa pubblica: 36 miliardi destinati alla ‘Difesa’

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Come rilanciato da l’Indipendente, nel nuovo scenario economico e geopolitico europeo, il governo italiano sceglie di spostare una parte significativa delle risorse destinate allo sviluppo industriale verso il settore della Difesa. È quanto emerge dall’analisi dei documenti di contabilità pubblica allegati alla legge di bilancio e dal Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp): nel triennio 2026-2028, il 40,9% dei fondi previsti per il Ministero delle Imprese e del Made in Italy finirà a beneficio della spesa militare. Parliamo di 10,29 miliardi di euro su un totale di 25,16 miliardi.

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Una scelta che sta già suscitando un ampio dibattito, non solo per l’entità delle risorse, ma per il segnale politico che trasmette: il ministero nato per sostenere la competitività delle imprese italiane diventa uno dei principali canali di finanziamento del riarmo nazionale. Una linea che rientra in un trend più ampio: diversi Paesi europei, spinti anche dalle indicazioni di Bruxelles e della NATO, stanno incrementando il sostegno all’industria bellica per far fronte al nuovo clima internazionale.

Il nodo politico ed economico, tuttavia, riguarda il tempismo. Questa riallocazione avviene infatti in una fase di declino strutturale per l’industria italiana. Molti settori strategici soffrono di investimenti insufficienti, mentre le imprese chiedono un maggiore sostegno per l’innovazione, la transizione energetica e la competitività internazionale. Di fronte a questo quadro, la decisione di destinare quasi metà delle risorse del Made in Italy alla Difesa solleva interrogativi sulla visione di lungo periodo del Paese.

Da un lato c’è l’esigenza, ribadita a livello europeo e atlantico, di rafforzare la sicurezza e la capacità di risposta militare; dall’altro, la necessità di rilanciare una base produttiva che da anni affronta crisi, delocalizzazioni e perdita di competenze.Il rischio, denunciano alcuni osservatori, è che l’Italia scelga di sacrificare la crescita industriale civile proprio quando servirebbero politiche mirate per invertire il rottame e restituire centralità alla manifattura, al design, alla tecnologia e alla ricerca.

Il dibattito è destinato ad ampliarsi in Parlamento, dove la legge di bilancio è in esame. Quel che è certo è che questa scelta segna un passaggio cruciale: la definizione di cosa deve essere, oggi, il “Made in Italy” e quali settori meritano di diventare prioritari nella strategia economica nazionale.

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