Home Attualità Il lavoro sotto accusa: manifesto dei piccoli ristoratori napoletani

Il lavoro sotto accusa: manifesto dei piccoli ristoratori napoletani

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Regole incerte, responsabilità spezzettate, scaricabarile istituzionale: questo è il campo di battaglia quotidiano di chi lavora nella ristorazione.
Il gioco è truccato fin dall’inizio.
Non esistono regole chiare, stabili, non interpretabili. Ogni controllo può diventare un’interpretazione arbitraria, ogni norma una trappola, ogni funzionario il possibile scopritore di una nuova frontiera del sopruso.

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In questo terreno cresce l’odio sociale: l’invidia di chi non lavora dodici ore al giorno, di chi non conosce il rischio quotidiano del fallimento, di chi osserva senza sapere.
Ed è qui che si colpisce chi lavora. Noi siamo proprietari di noi stessi. Non siamo “imprenditori” nel senso in cui ci descrivono. Abbiamo scelto di crearci un lavoro, a metà tra artigianato e commercio, perché non avevamo alternative. Siamo i piccoli e microscopici ristoratori, quelli che tengono in piedi pezzi interi di città.

Facciamo volumi di incasso che impressionano chi guarda solo i numeri, ma guadagniamo in media il dieci per cento, quando va bene. Solo chi vive questo mestiere lo sa: è uno dei lavori più difficili che esistano.
Il fallimento è sempre dietro l’angolo. Non ci siamo arricchiti: ci siamo comprati uno stipendio. Uno su un milione ce l’ha fatta davvero — beati loro — tutti gli altri resistono. Napoli non ha un comparto industriale. Non ha alternative occupazionali dignitose fuori dal turismo. Ogni altro lavoro passa da raccomandazioni, sottomissione, fedeltà al potere dell’alta borghesia.
Chi apre un ristorante non lo fa per scelta ideologica: lo fa per sopravvivere.

Eppure il piccolo ristoratore vive nella paura. Perché se parli, se protesti, se alzi la testa, arrivano i controlli: finanza, NAS, vigili, carabinieri. La repressione amministrativa diventa strumento politico. Grazie a una narrazione tossica dei media, il ristoratore è diventato il nemico pubblico numero due: subito dopo chi serve da bere la notte. Poi vengono i B&B.
Poi gli ambulanti : “adda murì pure isso”. Secondo questa visione distorta, il venditore di calzini dovrebbe “aspirare” a operare in borsa?
Secondo questa ipocrisia, noi preferiremmo stare dodici ore al giorno in un locale invece di lavorare sei ore e quaranta con ferie pagate. È una menzogna comoda per giustificare il disprezzo verso chi lavora. Se c’è qualcuno ca tene nu bellu posto putimmo fare sempre a cambio, sarebbe bello farvi vivere ciò che ho scritto, c’è facesseme e risate overa. Noi non chiediamo privilegi. Chiediamo regole chiare, uguali per tutti, non interpretabili. Chiediamo rispetto.
Chiediamo di non essere trattati come colpevoli per il solo fatto di esistere. Questo non è un settore da reprimere.
È una comunità di lavoratori da difendere.
Ma siete stati manipolati dai media, che sono i portavoce del potere, come fate a non capirlo, il sistema horeca è uno dei pochissimi settori ancora in mano alla gente della classe medio e medio bassa, il capolavoro mediatico è stato fatto, vi hanno convinti che noi siamo i nemici vostri e intanto loro, il potere, mangiano milioni di euro in truffe e appalti farlocchi e voi non vi arrabbiate e sapete perché ? Perché oramai hanno fatto come i grandi proprietari delle Company, sono diventati inarrivabili per voi ed è più facile odiare uno del tuo stesso quartiere, che vive nel tuo stesso palazzo, che vive come te, che puoi vederlo in faccia. Prova a trovare chi sta speculando su Bagnoli, prova a criticare un editore di un giornale a tiratura nazionale? Prova a criticare il proprietario di una multinazionale? Dove lo vai a sputare in faccia?

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