Rubrica a cura Di Stefano Bouché
Natale 2025 rischia di essere, per migliaia di meridionali che vivono lontano dalla propria Terra, l’ennesima festa vissuta a distanza. Tornare al Sud non è più solo una scelta affettiva o familiare, ma una questione economica che sempre più persone non riescono a sostenere. I costi per raggiungere Campania, Calabria, Sicilia e Puglia durante le festività hanno raggiunto livelli tali da trasformare il rientro in un privilegio per pochi, mentre per molti diventa una rinuncia forzata. È una dinamica che va oltre il semplice caro-trasporti e che racconta, ancora una volta, l’esistenza di due Italie che viaggiano a velocità e condizioni diverse. Le testimonianze parlano chiaro: biglietti ferroviari che superano i 150-200 euro per una sola tratta, voli che in alcuni casi arrivano a costare fino a dieci volte il prezzo normale, famiglie spezzate dalla distanza non per scelta, ma per necessità. Studenti, lavoratori precari, giovani emigrati per mancanza di opportunità si ritrovano a fare i conti con un sistema che non prevede alcuna tutela per chi rientra al Sud, come se il legame con la propria Terra fosse un capriccio e non un diritto.Il punto centrale, però, non è solo economico. È politico e strutturale. In un Paese che formalmente è uno solo, il Sud continua a essere trattato come un’area periferica, quasi esterna, a cui non si applicano le stesse attenzioni riservate ad altri territori, anzi spesso chi va al Sud dall’estero paga meno. In molte zone d’Europa esistono meccanismi di continuità territoriale, agevolazioni per studenti e lavoratori, interventi pubblici per calmierare i prezzi nei periodi di punta. In Italia, quando si parla di collegamenti verso il Mezzogiorno, lo Stato si ritira, lascia fare al mercato e accetta che la logica della speculazione prevalga su quella dei diritti .Questo vuoto istituzionale assume i contorni di una discriminazione silenziosa. Non dichiarata, ma sistemica. Chi vive al Sud o ha il Sud come casa paga di più per muoversi, per assicurarsi, per rientrare, per non perdere il contatto con la propria famiglia. Tutto ciò rischia di essere un razzismo territoriale che non usa parole esplicite, ma si manifesta nei prezzi, nelle tratte ridotte, nella mancanza di alternative. Un razzismo che colpisce soprattutto i più deboli, alimentando una povertà che non è solo economica, ma anche sociale e affettiva.Il Natale, che dovrebbe essere il momento del ritorno, della comunità, della condivisione, diventa così un amplificatore delle disuguaglianze. C’è chi può permettersi di tornare e chi resta bloccato altrove, spesso in silenzio, perché rinunciare a casa propria è diventato normale. E intanto il Sud continua a perdere pezzi: persone, relazioni, identità. Non per fatalità, ma per l’assenza cronica di politiche pubbliche che riequilibrino un Paese che, nei fatti, continua a funzionare come se fosse diviso in due Stati diversi.Finché tornare al Sud resterà un lusso e non un diritto, parlare di unità nazionale sarà solo retorica. E ogni Natale passato lontano da casa non sarà solo una storia personale, ma la prova concreta di una questione meridionale che non è mai stata davvero risolta.















