Rubrica libera “l’indipendentista” a cura di Di Stefano Bouché
Guardare Stranger Things oggi significa fare molto più che un tuffo nostalgico negli anni Ottanta. Significa osservare, attraverso una lente pop e televisiva, un’epoca che – con tutti i suoi limiti – appare oggi sorprendentemente più aperta, dinamica e capace di tenere insieme differenze culturali, sociali ed economiche. Gli anni Ottanta furono un decennio di espansione e fiducia. Sul piano economico, culturale e simbolico, l’Occidente viveva una fase di crescita e di relativo ottimismo, mentre il lungo conflitto tra Est e Ovest iniziava lentamente a perdere rigidità. Non era ancora la fine della Guerra Fredda, ma si affermava una nuova postura: il superamento dei blocchi come obiettivo possibile, non più utopico. La logica non era quella della cancellazione dell’altro, bensì dell’integrazione, del confronto, della contaminazione.
Si trattava di un’inclusività non codificata, non ideologica, ma praticata. Una cultura occidentale forte, certo, ma capace di dialogare e di assorbire elementi esterni senza viverli come una minaccia esistenziale. In quel contesto, la differenza non era un problema da neutralizzare, ma un fattore di arricchimento. Un principio che attraversava ambiti diversi, dallo spettacolo allo sport, fino all’economia. Anche il calcio italiano, allora al centro della scena mondiale, rifletteva questo equilibrio: competizione reale, pluralità di protagonisti, alternanza al vertice. Ogni stagione raccontava una storia diversa. Il successo non era garantito, ma conquistato. Un sistema imperfetto, ma fondato su una meritocrazia percepita e condivisa, che oggi sembra sempre più rara.
Il confronto con il presente è inevitabile. L’attuale scenario internazionale mostra una nuova polarizzazione, non più solo geopolitica ma anche culturale e identitaria. Tornano i blocchi, tornano le contrapposizioni nette, torna l’idea che il diverso sia un elemento da respingere più che da comprendere. È una dinamica che appare in aperta controtendenza rispetto allo spirito degli anni Ottanta, che rappresentarono – almeno in parte – il tentativo di superare le rigidezze del Novecento.
In questo senso, il richiamo storico è evidente. L’idea di inclusione come sintesi e non come imposizione rimanda a modelli ben più antichi, come quello dell’ellenismo, quando Alessandro Magno immaginò un mondo in cui Oriente e Occidente potessero fondersi senza annullarsi. Un progetto ambizioso, contestato, ma fondato sulla convinzione che l’incontro tra culture potesse generare qualcosa di nuovo. Stranger Things intercetta tutto questo senza pretese teoriche. Racconta una comunità, un tessuto sociale fatto di legami, solidarietà, conflitti e riconciliazioni. È un prodotto di intrattenimento che diventa, indirettamente, documento culturale. Non offre soluzioni, ma restituisce un clima: quello di un’epoca in cui il futuro sembrava aperto, condivisibile, costruibile.
Più che idealizzare gli anni Ottanta, il punto è interrogarsi su ciò che oggi appare mancante. La capacità di tenere insieme crescita e inclusione, competizione e coesione, identità e apertura. In un tempo segnato da nuove divisioni, la lezione di quel decennio – filtrata anche attraverso una serie televisiva – torna ad avere un peso politico e culturale tutt’altro che secondario.















