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Dopo il ciclone Harry, il silenzio: il Sud conta i danni, lo Stato conta altrove

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Rubrica l’indipendentista a cura Di Stefano Bouché

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Quando l’emergenza finisce nei titoli, ma non nelle strade, significa che un territorio sta per essere dimenticato. È quello che rischia di accadere al Sud dopo il passaggio del ciclone Harry: case scoperchiate, campagne devastate, infrastrutture già fragili messe definitivamente in ginocchio. Eppure, a pochi giorni dall’evento, l’attenzione nazionale sembra già evaporata.

Le prime stime parlano di danni enormi. La sola Sicilia si trova a fare i conti con perdite che superano il miliardo di euro. Calabria e Sardegna, messe insieme, viaggiano su cifre analoghe, se non superiori. Parliamo di strade provinciali collassate, reti idriche saltate, aziende agricole spazzate via, famiglie costrette a lasciare case già segnate da anni di incuria e abusivismo di necessità. Non è solo un’emergenza meteorologica: è la fotografia di territori lasciati strutturalmente esposti.

Perché il punto vero non è il ciclone. I fenomeni estremi colpiscono ovunque. La differenza la fa ciò che c’è prima e ciò che arriva dopo. E al Sud, da decenni, prima c’è fragilità e dopo c’è lentezza.

Argini mai completati, manutenzioni rinviate, dissesto idrogeologico studiato nei convegni ma ignorato nei bilanci. Ogni evento atmosferico diventa così una bomba su fondamenta già crepate. E ogni volta la narrazione si ripete: emergenza, sopralluoghi, promesse, passerelle politiche. Poi il silenzio. Intanto i territori restano lì, più poveri di prima.

È qui che il discorso diventa politico, nel senso più profondo del termine. Il Sud continua ad essere trattato come area da gestire in emergenza, non da mettere in sicurezza in modo strutturale. Come luogo da “aiutare” quando serve consenso, ma non da rafforzare quando servono investimenti veri, continui, programmati. La sensazione diffusa è sempre la stessa: lo Stato è presente quando deve riscuotere, molto meno quando deve proteggere.

Non è solo una questione economica. È una questione di dignità territoriale. Perché dietro i numeri ci sono agricoltori che perdono il raccolto di un anno, piccoli imprenditori che chiudono, giovani che vedono confermata l’idea che restare sia una scommessa sempre più difficile. Ogni disastro non ricostruito diventa un altro tassello dell’emigrazione silenziosa.
Eppure, proprio in queste ore, nei paesi colpiti si vede un’altra Italia: volontari, associazioni, reti di vicinato, sindaci che fanno i conti con bilanci minuscoli e problemi giganteschi. È la comunità che regge, ancora una volta, dove le strutture statali arrancano.

Il rischio più grande ora non è solo quello economico, ma quello mediatico e politico: che tutto finisca nel dimenticatoio. Che il ciclone Harry diventi l’ennesimo episodio archiviato come fatalità, invece che come campanello d’allarme su un divario strutturale mai colmato.

Il Sud non chiede compassione. Chiede infrastrutture, prevenzione, manutenzione, piani seri contro il dissesto, tempi certi per i ristori. Chiede di non essere ricordato solo quando crolla qualcosa o quando serve una fotografia tra le macerie.

Perché la vera emergenza non è il maltempo. È l’abitudine a considerare normale che, dopo ogni tempesta, qui si riparta sempre da più indietro. È davvero necessario ripeterlo ancora? Va bene che repetita iuvant ma non vi è dubbio che… … … in claris non fit interpretatio!!

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