Non è un ricettario. Non è un romanzo gastronomico.
Il Quaderno delle Ricette di Ylenia Petrillo nasce come un’opera che scava molto più a fondo: nel rapporto tra gesto, tradizione e identità. A Napoli il cibo non è mai stato solo nutrimento, ma un linguaggio culturale e simbolico, quasi un rituale collettivo che tiene insieme la comunità.
Il libro parte da un’idea precisa: esistono pratiche che mantengono in equilibrio una comunità e altre che, svuotate di senso, finiscono per consumarla. La cucina è una di queste. Ripetere un gesto senza comprenderne l’origine e il significato non è conservazione, ma perdita. E qui entra in gioco la dimensione più profonda del testo: l’elemento esoterico non è decorativo, ma narrativo. Serve a raccontare che non è immediatamente visibile.
Napoli, come la cucina che la rappresenta, è stratificata. Livelli di memoria sovrapposti, storie compresse, presenze che resistono sotto la superficie. Nel romanzo questo prende forma attraverso la figura di Luigi, uomo abituato a “tenere insieme le cose”, che sogna una città sotterranea fatta d’acqua antica e viva. Davanti a lui una donna immersa, che non chiede di essere salvata ma di rinascere. Dal fondo emergono scale, archi, muri antichi: Napoli stessa. Una sola parola senza suono: “Nutritemi”. Non è un invito al cibo. È un richiamo alla responsabilità. Alla custodia.
Il romanzo si muove in una piccola locanda del centro storico, attorno a un quaderno di ricette senza dosi né tempi: piatti che non si eseguono, ma si ricordano. Qui la cucina non è spettacolo, ma coerenza. Non è moda, ma gesto quotidiano che custodisce memoria e identità. Il Quaderno delle Ricette è una favola epica contemporanea dove il cibo diventa linguaggio sacro e la memoria diventa resistenza. Un libro che parla di Napoli senza folklore, con misura e rispetto.
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Intervista a Ylenia Petrillo
Il titolo può trarre in inganno: perché chiarire che non si tratta di un ricettario?
Perché oggi siamo abituati a pensare alla cucina come a una prestazione: un insieme di tecniche, dosi, tempi, risultati da replicare. Io invece volevo parlare del gesto prima ancora della ricetta. Un gesto che si ripete nel tempo può essere una forma di memoria viva, ma può anche diventare un automatismo vuoto. La differenza sta nella consapevolezza. Nel libro non mi interessa dire “come si fa” un piatto, ma cosa significa farlo, in quale contesto nasce, quale storia porta dentro. A Napoli il cibo è sempre stato un linguaggio collettivo: si cucina per tenere insieme le persone, per attraversare momenti difficili, per segnare passaggi importanti della vita. Se quel gesto perde il suo legame con la comunità e con la memoria, resta solo la superficie, l’estetica, il consumo. Il titolo richiama il quaderno perché è un oggetto intimo, domestico, tramandato, ma il contenuto è una riflessione su cosa accade quando la tradizione viene ripetuta senza più essere compresa.
L’elemento esoterico ha un ruolo centrale. Che funzione ha nella narrazione?
R. L’esoterico per me non è qualcosa di oscuro o decorativo, ma uno strumento narrativo per parlare di ciò che esiste ma non è immediatamente visibile. Napoli è una città stratificata: sotto le strade ci sono altre strade, sotto le case ci sono cisterne, cavità, resti di epoche diverse. Questa struttura fisica rispecchia una struttura simbolica: ricordi, traumi, gesti antichi che continuano a contenere il presente anche se non li vediamo più. La cucina funziona allo stesso modo. Un piatto non è solo ingredienti: è storia sociale, necessità, adattamento, povertà, ingegno, sacralità quotidiana. L’esoterico mi permette di raccontare questa profondità senza ridurla in una spiegazione razionale. Alcune cose non vanno “decifrate”, ma riconosciute e rispettate. È un modo per restituire alla narrazione quella dimensione di mistero che appartiene alla vita reale, dove non tutto è chiaro, ma tutto ha un peso.
Nel sogno di Luigi confronta una figura femminile che dice “Nutritemi”. Chi o cosa rappresenta?
Non è un personaggio simbolico da tradurre in un’unica chiave. È una presenza, e proprio per questo è più vera. Può essere la città, può essere la memoria collettiva, può essere quella parte fragile e sommersa che regge l’equilibrio di una comunità. La cosa importante è che non chiede di essere salvata in modo eroico, ma di essere nutrita. Nutrire significa prendersi cura di ogni giorno, con gesti piccoli e coerenti. Non è un’azione spettacolare, è una responsabilità silenziosa. Luigi, che è una persona abituata a “tenere insieme le cose”, sente questa richiesta come un peso e allo stesso tempo come un compito. Il sogno non gli dà potere, gli affida una responsabilità. È questo il punto: ci sono parti della nostra storia e della nostra identità che non scompaiono, ma si indeboliscono se non vengono alimentate. E quel nutrimento non è solo materiale, è culturale, etico, quotidiano.
Che idea di identità emerge dal libro?
R. Un’identità che non ha bisogno di essere esibita per esistere. Oggi spesso si parla di identità in modo superficiale, come se fosse un marchio da mostrare. Nel libro, invece, l’identità è qualcosa che si costruisce nel rapporto tra memoria e responsabilità. Non è un’eredità che possediamo automaticamente: è qualcosa che va compreso, custodito, rinnovato senza tradirlo. Non significa restare fermi, ma sapere da dove vengono i gesti che continuiamo a fare. Quando una comunità perde questa consapevolezza, comincia a svuotarsi dall’interno, anche se all’esterno sembra viva e brillante. Quando invece mantiene coerenza tra ciò che è stata e ciò che fa, riesce a resistere anche ai cambiamenti più forti. L’identità, nel libro, non è chiusura, ma radicamento: un modo per restare in equilibrio senza dissolversi.
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