Dopo l’Unità il Mezzogiorno venne trattato come una terra conquistata e le sue risorse vennero utilizzate per ripianare la grave situazione economica italiana, dovuta in buona misura all’enorme debito pubblico ereditato dal Regno di Sardegna (ne parleremo nelle prossime puntate). Pur essendo la parte più sacrificata della nuova nazione, però, Il Sud comunque per diversi decenni è riuscito a difendere le proprie ragioni (vedremo attraverso quali strumenti), ma poi a partire dalle vicende legate alla Prima Guerra Mondiale poco per volta è stato trasformato in una sorta di colonia interna. Il paradosso, quindi, è che più si è consolidata l’unità e più il divario tra le due parti dell’Italia è aumentato, fino a diventare oggi un vero e proprio abisso.
Tanto per intenderci: il pil pro-capite del Nord e del Sud nel 1861 era più meno equivalente, nel 1900 era di 100 lire al Nord e di 89 lire al Sud (quindi c’era un divario di 11 punti) e oggi è di 100 lire al Nord e di circa 55 lire al Sud. Sono dati che non è necessario commentare, però è importante comprendere cosa sia accaduto per determinarli.
A questo fine, ma più in generale per raccontare le vicende del Mezzogiorno dopo l’Unità, faremo prevalentemente riferimento agli autori dell’Ottocento e del primo Novecento, per molteplici ragioni decisamente più attendibili degli autori contemporanei, le cui ricostruzioni sono basate su affermazioni di principio indimostrate e indimostrabili, ma tramandate da alcuni decenni attraverso libri di testo, trasmissioni delle televisioni nazionali o convegni, organizzati da istituto passivamente appiattiti su posizioni antistoriche.
Un autore che sintetizza efficacemente quanto accaduto dopo il 1860 è il meridionalista avellinese Guido Dorso, che in Dittatura Classe politica e Classe Dirigente (Einaudi, 1949) scrive: ‘Il primo atto della tragedia (interessante questa definizione della cosiddetta Unità) si aprì con l’unificazione del debito pubblico nazionale. Il Piemonte, il paese più tassato e indebitato d’Europa, con un disavanzo annuo di cinquanta milioni ed un debito pubblico di 640 milioni, quattro volte superiore a quello dell’intero Regno di Napoli (in realtà, tenendo conto del numero degli abitanti, il debito sardo risultava quasi cinque volte maggiore di quello delle Due Sicilie), rovesciò sul nuovo Stato questo enorme carico finanziario. Si disse che tutta l’Italia aveva obbligo di rimborsare le spese che il piccolo Stato subalpino aveva sostenuto per finanziare l’indipendenza nazionale, e non era vero perché il debito pubblico piemontese in massima parte derivava da lavori pubblici, specialmente ferroviari.’
La spesa necessaria per i lavori di cui parla Dorso era stata rilevante e il regno sardo, che già da tempo era in gravi difficoltà economiche, per fronteggiarla dovette contrarre ulteriori debiti. Sembra difficile, però, immaginare che gli uomini del suo governo abbiano proceduto ad un’operazione così impegnativa, senza tenere conto del passivo generale e quindi anche per questo, oltre a tutto il resto (di cui poco per volta avremo modo di parlare) si può ritenere che già all’epoca tra loro circolasse l’idea di annettere gli altri Stati italiani per poi attingere ai fondi nelle loro casse, come poi in realtà accadde.
Su quanto detto sinora, ma anche sulla situazione in cui si trovavano il Regno delle Due Sicilie e il Piemonte al momento dell’unificazione, ecco cosa scrive il grande economista lucano Francesco Saverio Nitti in Nord e Sud (Roux e Viarengo, 1900): ‘Ciò che è certo è che il Regno di Napoli era nel 1859 non solo il più reputato in Italia per la sua solidità finanziaria – e ne fan prova i corsi della rendita, superiori a quelli dello stesso consolidato francese ¬– ma anche quello che, tra i maggiori Stati, si trovava in migliori condizioni. Scarso il debito; le imposte non gravose e bene armonizzate; semplicità grande in tutti i servizi fiscali e nella tesoreria dello Stato. Era proprio il contrario del regno di Sardegna, ove le imposte avevano raggiunto limiti elevatissimi; dove il regime fiscale rappresentava una serie di sovrapposizioni continue fatte in gran parte senza criterio; con un debito pubblico enorme, e a cui pendeva sul capo lo spettro del fallimento. Senza togliere nessuno dei grandi meriti che il Piemonte ebbe di fronte all’unità italiana, che è stata in grandissima parte opera sua (non dimentichiamo che la maggior parte dei meridionalisti erano anche unitaristi, almeno fino all’epoca di Nitti), bisogna del pari riconoscere che, senza l’unificazione dei vari Stati, il Regno di Sardegna per l’abuso delle spese e per la povertà delle sue risorse era necessariamente condannato al fallimento. La depressione finanziaria, anteriore al 1848, aggravata tra il 1849 e il 1859 da una enorme quantità di lavori pubblici improduttivi, aveva determinato una situazione da cui si poteva uscire se non in due modi: o con il fallimento, o confondendo le finanze piemontesi a quelle di altro Stato più grande.’
È da notare che anche in questo passo si riferisce come l’enorme debito pubblico piemontese fosse collegato ai lavori pubblici effettuati, ma Nitti ci dice qualcosa in più rispetto a Dorso, definendoli improduttivi. Si trattava, infatti, di lavori, che difficilmente seguivano il criterio dell’interesse generale, essendo invece nella maggior parte dei casi collegati agli interessi dei gruppi di affaristi (all’epoca noti come ‘consorterie’) al potere in quel momento. Questa fu una piaga che afflisse anche l’Italia unificata, incidendo tra l’altro in maniera drammatica sul debito pubblico nazionale, in particolare, come vedremo, a partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento.
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