A pochi giorni da un nuovo appuntamento con il Vinitaly, il racconto di Nicola Caputo, nuova generazione di Enodelta, diventa molto più di una semplice intervista sul vino. È il ritratto di una famiglia che da oltre un secolo intreccia impresa, sacrificio, identità e territorio. Dalle prime radici affondate nella storia di Afragola fino alle vigne aggrappate alla pietra lavica del Vesuvio, Enodelta continua a rappresentare una delle esperienze più significative dell’enologia campana e meridionale. Premi, intuizioni, investimenti, mercati esteri, ma soprattutto una visione: difendere la qualità, custodire una memoria familiare e trasformarla in speranza concreta per il futuro del Sud.

Intervista a Nicola Caputo
D. Enodelta non è soltanto un’azienda vinicola, ma una storia di famiglia lunga generazioni. Che cosa significa oggi, per te, portare avanti questa eredità?
R. Significa prima di tutto un grande onore. In Italia il tessuto economico si regge ancora in larga parte sulle imprese familiari, sull’artigianato, sulle attività costruite da padri, nonni e bisnonni. Portare avanti Enodelta vuol dire caricarsi sulle spalle una responsabilità enorme, perché dietro questa azienda non ci sono soltanto bottiglie e numeri, ma persone, sacrifici, volti, fotografie, memoria. A volte, dopo giornate pesanti, ti viene da mollare tutto. Poi guardo quelle immagini del 1937, del 1950, vedo i miei familiari che hanno lavorato una vita intera per costruire qualcosa e capisco subito perché continuo. Non lo fai solo per te stesso: lo fai per la tua famiglia, per la tua terra e per l’idea che certe storie non debbano finire nel nulla.



D. Nelle tue parole c’è spesso un legame fortissimo tra impresa e identità. Quanto conta, per voi, il fatto di essere un’azienda del Sud?
R. Conta tantissimo. Fare impresa al Sud oggi è una sfida vera. E proprio per questo ha un valore ancora più forte. Noi rappresentiamo una generazione che eredita un patrimonio costruito negli anni, ma che non per questo vive di rendita. Anzi. Ogni giorno bisogna lottare con difficoltà vere: costi, burocrazia, mercato, concorrenza, cambiamenti nei consumi. Però continuare un’attività familiare nel Mezzogiorno significa anche difendere il territorio, impedire che l’ennesima realtà storica chiuda, impedire che il Sud perda altri pezzi della propria economia e della propria anima. Io lo dico sempre: in Italia si parla tanto di giovani imprenditori, ma troppo poco di chi sceglie di portare avanti imprese di famiglia. Eppure sono proprio queste aziende a tenere in piedi una parte fondamentale del Paese.
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D. Nel vostro percorso ci sono anche riconoscimenti importanti. Quali premi senti più rappresentativi dell’identità di Enodelta?
R. Sicuramente tra i più simbolici c’è il premio vinto a Torrecuso con un vino ottenuto da uve Aglianico. È un riconoscimento a cui teniamo molto, anche perché arrivato in una terra che dell’Aglianico è una vera patria. Ma in generale abbiamo ottenuto numerosi diplomi di merito e riconoscimenti per molti dei nostri vini, in particolare per le etichette legate al Lacryma Christi del Vesuvio. Per noi i premi non sono solo una soddisfazione commerciale: sono la conferma che una strada fondata sulla qualità, sulla tipicità e sulla coerenza può essere riconosciuta anche fuori dal proprio territorio. E questo, per un’azienda del Sud, vale doppio.



D. Enodelta da anni partecipa al Vinitaly. Che valore ha per voi questa presenza costante a una vetrina così importante?
R. Il Vinitaly è uno di quegli appuntamenti che per chi fa questo mestiere rappresentano insieme una vetrina, una prova e una sfida. Per noi esserci da anni significa testimoniare continuità, credibilità, voglia di crescere. Significa portare il Vesuvio, la Campania e il nostro modo di fare vino dentro uno dei luoghi più importanti del settore. Ma significa anche confrontarsi con i cambiamenti del mercato, con i buyer, con i mercati esteri, con le nuove tendenze. Il Vinitaly non è soltanto esposizione: è anche il momento in cui capisci dove sta andando il vino e dove deve andare la tua azienda senza tradire la propria identità.
D. Una delle intuizioni più forti di Enodelta negli ultimi anni è stata quella del Ferdinandus, lo spumante 100% campano presentato anche come alternativa identitaria al Prosecco. Quanto è stata difficile quella scommessa?
R. Molto difficile, e soprattutto molto lunga. L’idea c’era da tempo, ma per realizzarla servivano investimenti importanti e competenze specifiche. La spumantizzazione in Campania, fino a qualche anno fa, non era affatto scontata. Noi abbiamo scelto di crederci e di farlo con l’Asprinio, che è una delle uve più rare della regione. Era una scommessa complessa anche sul piano commerciale, perché è chiaro che uno spumante così non può giocarsela sul prezzo con certe produzioni industriali. Però noi volevamo vincere almeno sul piano qualitativo e identitario. Quando poi è arrivato il terzo scudetto del Napoli, quel prodotto è diventato anche un simbolo: il brindisi dei napoletani doveva avere qualcosa di nostro, qualcosa nato qui. È stata una scelta culturale, prima ancora che di mercato.


D. Guardando al futuro, qual è oggi la visione strategica di Enodelta?
R. Il futuro, per noi, passa attraverso due strade che devono viaggiare insieme. Da una parte c’è la volontà di rafforzare sempre di più il legame tra vino, storia e identità, continuando anche a diffondere il nostro marchio e ciò che rappresenta, aprendo anche al mercato con vendita al dettaglio. Dall’altra c’è la necessità di innovare, investire, leggere i mutamenti del mercato nazionale e internazionale. Quest’anno, ad esempio, abbiamo lavorato su nuove linee produttive, sull’automazione dell’imbottigliamento e sul miglioramento della qualità attraverso tecnologie più moderne in cantina. Inoltre stiamo introducendo anche formati da 375 ml per vini di alta fascia come Greco di Tufo e Fiano di Avellino, per andare incontro a una domanda diversa. E poi c’è l’obiettivo dei mercati esteri: vogliamo continuare a crescere all’estero, soprattutto dove non siamo ancora presenti.
D. Le nuove generazioni come si avvicinano oggi al vino? E che messaggio vuoi lanciare ai giovani del Sud che sognano di fare impresa?
R. I giovani oggi, in generale, consumano meno vino rispetto al passato. Però c’è un dato interessante: quei giovani che si avvicinano al vino sono spesso molto più preparati, più curiosi, più esigenti. Vogliono qualità, identità, autenticità. Ed è un segnale importante. Il problema vero è che bisogna creare le condizioni perché i ragazzi restino, credano nel territorio, vedano una prospettiva. Il mio messaggio è semplice: il Sud ha bisogno di imprese, di coraggio e di continuità. Ma non bastano le belle parole. Servono strumenti concreti, servono aiuti veri per chi decide di non far morire un’attività familiare. Perché ogni azienda che resiste qui non è soltanto un’impresa che lavora: è un presidio di storia, economia, dignità e futuro.Enodelta, dunque, non è soltanto una cantina. È una testimonianza concreta di come il Sud possa ancora produrre eccellenza, innovazione e visione senza rinnegare le proprie radici. Nelle parole di Nicola Caputo c’è il peso della responsabilità, ma anche una consapevolezza rara: il futuro non si costruisce cancellando la memoria, bensì trasformandola in impresa, in lavoro e in orgoglio. E mentre il Vinitaly si avvicina, la famiglia Caputo si presenta ancora una volta con ciò che ha sempre avuto di più prezioso: il coraggio di restare, di investire e di credere che dal cuore del Vesuvio possano nascere non solo grandi vini, ma anche un messaggio forte per tutto il Mezzogiorno.












