Tra i primi liberali a denunciare che l’Unità non era stata un’unificazione, ma aveva assunto la forma di una vera e propria annessione con drammatiche conseguenze per il Mezzogiorno, ci fu il conte Antonio Ranieri, noto anche per la sua lunga amicizia con il poeta Giacomo Leopardi. Il politico napoletano, infatti, lo fece già il 2 dicembre del 1861 con un’ampia interpellanza presentata alla Camera, che, però, per motivi rimasti poco comprensibili (ma facilmente immaginabili), non venne autorizzato a leggere durante la seduta dell’Assemblea, nonostante si fosse regolarmente iscritto a parlare.
Il conte Ranieri, che l’11 dello stesso mese pubblicò a sue spese l’interpellanza (rendendola così di pubblico dominio), inizia dicendo di voler sottoporre ai colleghi deputati il suo pensiero sulla questione meridionale, confidando di muovere i cuori di tutti gli Italiani alla giustizia e all’equità verso dieci milioni di Meridionali. Prima di addentrarci nell’analisi del testo, quindi, vale la pena di notare come già nel 1861 si parlasse di ‘questione meridionale’, mentre generalmente si ritiene che questa espressione sia stata coniata da Pasquale Villari nelle sue famose ‘Lettere Meridionali’, scritte nel 1875.
Il primo punto sul quale Ranieri si sofferma è quello del trasferimento delle leggi piemontesi al Mezzogiorno, realizzato in tutta fretta (in taluni casi addirittura con decreti luogotenenziali) e, quel che è peggio, senza alcun criterio. Ecco cosa scrive: ‘Il porsi la benda sugli occhi e dire: noi unifichiamo, sono parole; e i fatti se ne ridono delle parole. Le Due Sicilie non erano Costantinopoli o Giava, ma erano la patria di Vico, di Filangieri e di Natale, che precorse Beccaria. La loro legislazione era delle migliori, se non la migliore, d’Europa. E i Borbone (non dimentichiamo mai le idee politiche di Ranieri) non sono riusciti a rovinare un bell’ordine ed una bella connessione di diritti e di doveri, che filosofi e giureconsulti grandissimi avevano lavorato da otto secoli. Signori! Che cosa ha fatto, in quella regione, la politica continuata per quattordici mesi? Si è forse giovata di quell’ordine e di quella connessione per migliorare le leggi di altre province italiane, assai più, legislativamente infelici? Non già! Seguendo, invece, non il pensiero dell’unità, ovvero del tutto composto degli elementi di ciascuna sua parte, ma l’infausto, l’illogico, pensiero dell’annessione, ha sgominato tutto quell’ordine e tutta quella connessione, ha legiferato quotidianamente per quattordici lunghi mesi, contraddicendo sempre a quel che era, spesso a se medesima, ed ha creato una confusione, un caos, abi nullo ordo, sed sempiternus horror inhabitat. Percorrete, o signori, con la rapidità delle vostre nobili menti, tutte le difficoltà che sono sorte, da quattordici mesi nel reggimento di quelle province; e voi vi troverete come principio generatore l’indomito principio dell’annessione. Che il disordine delle leggi sia derivato dal furore legiferante, ispirato al principio annessionista, credo di averlo dimostrato.’
Il secondo punto sul quale il conte Ranieri si sofferma è quello dello scioglimento dell’esercito napoletano e delle sue conseguenze. Ecco a questo proposito cosa scrive: ‘Ma lo sbandamento dei vecchi soldati, cioè il mostruoso brigantaggio, da che altro trasse la sua prima origine, se non dal principio annessionista applicato improvvidamente al vecchio esercito? L’istituzione da dover imporre, non ha nulla in comune con l’ostracismo imposto a cinquanta o sessantamila soldati ed a quasi tutti gli ufficiali.’ Ranieri, quindi, attribuisce ai militari abbandonati a se stessi, e privati di ogni forma di sostentamento, l’origine della rivolta popolare nel Mezzogiorno, ma sappiamo che erano della sua stessa opinione la maggior parte dei liberali napoletani, come l’eminente giurista Roberto Savarese (lo abbiamo visto nella precedente puntata) e addirittura (come vedremo) anche Liborio Romano.
Dopo aver parlato ‘dell’incommensurabile flagello’ costituito dall’abolizione degli ordini religiosi ‘anch’esso derivato dal principio annessionistico applicato in diversissime condizioni’, il conte Ranieri scrive: ‘Delle opere pubbliche non parlo, quando veggo quello che si è fatto e si fa tuttora, qui, in Lombardia, in Toscana, nelle Romagne o nelle Marche, non mi raccapezzo come nelle province napoletane, né anche nelle sicule, in quattordici mesi non si sia fatto nulla. Ma il principio annessionista può spiegarvi ogni cosa più inesplicabile: poiché, se si vuole tenere che il cuore e la testa dell’Italia siano quassù, si deve essere naturalmente meno inclinati a mandare e spargere la vita sino a laggiù, dove si deve tenere che siano gli arti inferiori.’
Sono parole, queste, che probabilmente non c’è bisogno di commentare. I fatti descritti con estrema precisione (e direi anche con una certa rabbia), riguardano i primi quattordici mesi, ma nei mesi e negli anni successivi nulla sarebbe cambiato. Nel breve scritto del conte Ranieri c’è già tutta intera la storia del nostro Mezzogiorno, dapprima sacrificato agli interessi della nuova Italia, poi sempre più sfruttato e, infine, trasformato in una sorta di colonia interna.
Nella prossima puntata termineremo l’analisi di questa interpellanza, della quale (chissà per quale motivo) non c’è traccia nei libri che parlano della nostra Unità.
TERZA PUNTATA. I libri di Enrico Fagnano IL SUD DOPO L’UNITÀ, IL PIEMONTESISMO e I POETI DELLA NOTTE sono disponibili presso la libreria del caffè letterario ‘L’Identitario’ in Via Lucrezia d’Alagno 28, Napoli (adiacenze Archivio di Stato).
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