Rubrica l’Indignato di Giuseppe Giunto
Qualche giorno fa sono andato a Sant’Anastasia, dopo aver partecipato alla messa in chiesa, mi sono intrufolato verso la sacrestia, mentre uscivo da una delle tante entrate che danno al parcheggio, e nel convento della Madonna dell’arco, per i pochi che non lo sanno una chiesa con annesso convento che si trova in provincia di Napoli, trà le tante targhe votive che ci sono, ho visto questa grossa lapide. Tralascio il fatto del mio latino maccheronico e arruginito, leggendo ho notato di un ingerenza e un imposizione regia, quindi ho deciso di informarmi e, approfondire la scrittura.
La lapide recita così :
Ferdinando IV, per grazia di Dio Re, al Priore e ai Padri del venerabile Convento di Santa Maria dell’Arco in Sant’Anastasia.
Vi informiamo che ci è giunta una rispettata lettera dell’Illustrissimo Marchese Cancelliere don Francisco Vargas Maciucca, Capo Ruota del Sacro Regio Consiglio e della Real Camera di Santa Chiara, e Delegato della Real Giurisdizione, il cui contenuto è il seguente:
“Si rappresenta, da parte dei Padri del Convento di Santa Maria dell’Arco dell’Ordine dei Predicatori, che è espressamente proibito dalle Costituzioni dell’Ordine Domenicano prestare arredi o utensili sacri a persone esterne. Tuttavia, per negligenza dei precedenti priori, tale norma è stata più volte violata, in particolare prestando gli arredi della Cappella della Beata Vergine. Per questo motivo è stata ribadita ai Padri l’osservanza rigorosa della suddetta Costituzione. Ma poiché, nonostante ciò, l’abuso continuava, essi hanno presentato ricorso a questa Delegazione chiedendo un provvedimento. Il 18 novembre 1760 fu quindi ordinato ai Padri di osservare con precisione gli ordini dei Superiori riguardo al divieto di prestare gli arredi e gli utensili della chiesa di San Domenico, a causa degli inconvenienti che tali prestiti comportano, e di non contravvenire più a tali disposizioni.”

Avendo Sua Maestà preso conoscenza di tutto ciò, e avendo approvato tale prudente decisione con Real Dispaccio, ve lo comunico affinché vi conformiate pienamente alla volontà reale e facciate conoscere questo ordine a tutti i Padri e Superiori interessati, per la dovuta osservanza.
In attesa della vostra risposta, mi confermo. Don Francisco Poli, 31 marzo 1763. Illustrissimo Marchese Vargas Maciucca, Governatore di Somma.
A questa venerata lettera deve essere data piena osservanza. E noi, come Superiori del Convento, volendo eseguire puntualmente quanto ci è stato comandato, vi dichiariamo – in nome della Maestà Sovrana – di voler adempiere esattamente a quanto ordinato nella presente lettera.
Eseguito il 23 aprile 1763. Vincenzo Scannapecora, Maestro dell’Arco.
La lettera non lasciava spazio a dubbi.
Da anni, si era diffusa una consuetudine tanto antica quanto irregolare: dare arredi sacri — calici, reliquiari, paramenti — ai fedeli dei paesi vicini, per processioni e feste patronali. Una pratica nata per devozione, forse per compiacere le comunità locali, ma che violava apertamente le Costituzioni dell’Ordine Domenicano.
Il Marchese ricordava che già nel 1760 era stato emanato un ordine severo: “Non si prestino più arredi né utensili della chiesa, per nessuna ragione.” Eppure, i frati — per bontà, per abitudine, o per timore di scontentare il popolo — avevano continuato.
Ora, questa questione era giunta fino alle orecchie del Re Ferdinando IV.
Il giovane sovrano, desideroso di affermare la propria autorità, aveva approvato la linea dura del Marchese. Con un Real Dispaccio, ordinò che il divieto fosse ribadito, inciso nella pietra, e reso noto a tutti i religiosi e ai fedeli.
Nel convento, la notizia fece rumore come un tuono. I frati si riunirono nel capitolo: alcuni erano contrariati, altri sollevati. Il Priore, un uomo prudente, comprese che non c’era scelta.
Fu così che, il 23 aprile 1763, il Maestro dell’Arco, Vincenzo Scannapecora, prese la parola davanti alla comunità riunita:
“Per ordine di Sua Maestà, e per volontà del Marchese Vargas Maciucca, da oggi nessun arredo sacro uscirà più da queste mura. Così è comandato, così sarà eseguito.”
Per dare solennità e pubblicità all’ordine, si decise di far incidere una lapide di marmo, da affiggere nel chiostro. Non solo come memoria dell’ordine reale, ma come monito per i priori futuri, affinché nessuno potesse dire di non sapere.
Lo scalpellino lavorò per giorni, incidendo con cura ogni parola latina e italiana, ogni titolo, ogni data. Quando la lapide fu finalmente murata, i frati la osservarono in silenzio.
Era più di un documento: era la testimonianza di un momento in cui la volontà del Re si era imposta sulle consuetudini locali, e in cui il confine tra potere civile e disciplina religiosa si era fatto netto, scolpito nella pietra.
Da quel giorno, nessun arredo sacro uscì più dal convento. E la lapide rimase lì, a ricordare ai posteri la voce del sovrano e la severità della legge borbonica.
In Sintesi, era il 1763, il giovanissimo Ferdinando IV di Borbone ordinò ai frati domenicani del convento di Santa Maria dell’Arco di non dare più gli arredi sacri a terzi, come già precedentemente vietavano le regole dell’Ordine. Il decreto, trasmesso dal Marchese Vargas Maciucca e approvato con Real Dispaccio è sancìta la piena autorità del potere civile sulle pratiche religiose. La lapide commemorativa fu incisa per attestare l’esecuzione dell’ordine e ricordare la disciplina imposta dal Regno borbonico alle istituzioni ecclesiastiche.













