Rubrica l’indipendentista a cura Di Stefano Bouché
Il Primo Maggio a Napoli non è solo una ricorrenza simbolica. È memoria viva, spesso scomoda. Era il 6 agosto 1863 quando, nel cortile dello stabilimento di Pietrarsa, gli operai scesero in protesta contro lo smantellamento di una delle più grandi realtà industriali del Mezzogiorno. Difendevano il lavoro, la dignità, il futuro. La risposta fu brutale: repressione e sangue. Una ferita che, a distanza di oltre un secolo e mezzo, continua a interrogare il presente.
Oggi, quella stessa tensione tra lavoro e potere riemerge in forme diverse ma non meno significative. A Napoli, nel cuore della città, gli artisti di strada hanno inscenato una manifestazione simbolica – un “funerale” della loro professione – per denunciare regolamenti e sanzioni che arrivano fino a 500 euro. Un grido silenzioso ma potente: il diritto di lavorare, di esprimersi, di esistere nello spazio pubblico.
Non si tratta solo di buskers o performer. Si tratta di un pezzo identitario della città. L’arte di strada a Napoli non è intrattenimento accessorio, ma parte integrante della cultura popolare, della socialità, della vita quotidiana. Dove c’è musica, teatro improvvisato, arte condivisa, c’è partecipazione. C’è democrazia.
Colpire questo mondo significa impoverire la città, ridurre gli spazi di libertà, spegnere voci che da sempre raccontano Napoli senza filtri. Ieri gli operai di Pietrarsa difendevano fabbriche e pane. Oggi gli artisti difendono palchi invisibili e dignità culturale. Cambiano i contesti, ma la sostanza resta: lavorare non può essere un privilegio concesso, ma un diritto da garantire.
Napoli, città di storia e contraddizioni, si trova ancora una volta davanti a una scelta. Proteggere la propria anima o disciplinarla fino a svuotarla. Perché una città senza arte libera è una città più povera. E una città che multa chi crea, rischia di dimenticare chi è.














