Lo storico e politico potentino Ettore Ciccotti, che è stato uno dei meridionalisti più intransigenti, nel 1898 pubblicò ‘Mezzogiorno e Settentrione d’Italia’ (Sandron editrice presso Rivista Popolare), nel quale esamina i motivi della mancata integrazione tra le due parti della nuova nazione.
Le considerazioni e le analisi dell’intellettuale lucano sono di una sconcertante attualità e l’incipit del libro sembra letteralmente scritto ai giorni nostri.
Ecco come inizia il testo di Ciccotti: ‘Nel Settentrione d’Italia si va facendo strada ogni giorno più, un sentimento verso l’Italia del Mezzogiorno, che non è solo di diffidenza, ma di rancore, e, compresso talvolta, più spesso, se appena qualcosa accade che sembri legittimarlo, si palesa nella forma più aperta e rude (affermazione ancora verissima e basta guardare i telegiornali e le trasmissioni televisive di approfondimento per rendersene conto).…
E il peggio è che questo sentimento ostile non mette capo a nessun proposito chiaro e determinato, che intenda comunque a trovare rimedi a un doloroso stato di cose o ad accettare le ultime conseguenze, quali che esse siano, di una condizione senza rimedi. Poco si guarda alle cause, meno ai rimedi e meno ancora al caso di dover mettere fine a una convivenza, non ritenuta più utile, né piacevole.
Questa ostilità così dichiarata sembra meglio attecchisca e più si spanda in quella parte della borghesia, che più dice di tenere e più probabilmente tiene all’unità d’Italia; e tutto finisce così nel sospiro dell’amante infelice: nec tecum vivere possum, nec sine te, e in un rifiorire d’ire e di offese, lievito di rancori sempre più profondi e sempre più sterili, o fecondi solo di male (anche queste ultime, direi, sembrano parole scritte oggi).
Si aggiunga che, per un falso abito mentale, si considera a una sola stregua un tratto di paese così vasto e distinto da tante e caratteristiche differenze; e, quasi che ciò non bastasse, ogni individuo viene riguardato come l’incarnazione immediata e completa di quel presunto tipo regionale, che sarebbe in ogni caso la risultante di un lungo processo di formazione e costituirebbe un’astrazione, realizzata e rispecchiata solo frammentariamente in persone vere e reali e in determinati ambienti.
È una specie di ‘antisemitismo’ italiano, di cui a loro volta Italiani del Sud e Italiani del Nord risentono poi l’ingiustizia e il danno, quando per effetto degli stessi metodi vedono all’estero riassunto il tipo dell’Italiano nelle forme e nell’indole del bandito tradizionale, e ad ogni Italiano, quale che esso sia, affibbiata questa caratteristica.
A questo punto è più che mai necessario guardare alla situazione senza reticenze e senza infingimenti per vedere dove siano le cause dei mali reali e dei sentimenti che vi cospirano, e se e quale via d’uscita presenti mai questo stato di cose.’
Anche gli ultimi passaggi del testo di Ettore Ciccotti sono sorprendentemente attuali. Ancora oggi, infatti, i Settentrionali pensano di poter comprendere i Meridionali tutti in un’unica grande categoria di persone poco affidabili e ancora oggi questo si ritorce anche a loro danno. Infatti all’estero, poi, non si fanno più distinzioni e gli Italiani finiscono con l’essere assimilati tutti alla loro versione più volgare e banale, cioè quella stereotipata, messa in piedi dai Settentrionali per descrivere i Meridionali.
Vale, infine, la pena di notare come lo storico potentino per definire questa forma di razzismo irrazionale, ma così radicato, non si faccia scrupolo di usare un’espressione molto forte: parla infatti di ‘antisemitismo italiano’. Lo fa evidentemente perché vuole sottolineare la gravità del fenomeno nella speranza di far comprendere quanto fosse dannosa per tutti un’ostilità così profonda tra le parti della nuova nazione.
L’impressione generale, però, è che da allora la situazione sia ulteriormente degenerata. Ma troveremo noi oggi un politico meridionale così coraggioso da chiamare le cose con il loro vero nome?
Una domanda, questa, della quale (purtroppo) tutti noi conosciamo già la risposta.
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