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I provvedimenti contro la miseria nelle Due Sicilie

Il Seggio del Popolo - Locanda

Rubrica a cura di Enrico Fagnano: Il Mezzogiorno dopo l’Unità
La circolazione monetaria nel Regno delle Due Sicilie era di 88 lire annue per abitante (Edmondo Capecelatro e Antonio Carlo in Contro la questione meridionale, Samonà e Savelli, 1972) ed era quasi il doppio di quella negli altri Stati italiani, dove si aggirava sulle 40-45 lire per abitante. Il Meridione, quindi, come si desume anche da quanto detto nelle puntate precedenti e in particolare a proposito del pil, aveva un’economia attiva, che garantiva a numerosi soggetti redditi significativi e disponibilità di spesa. Le famiglie più potenti avevano grandi risorse e c’era anche una borghesia benestante, costituita da professionisti e commercianti, ma questo non significa che non esistesse la miseria, presente dappertutto nell’Europa dell’Ottocento.
(I provvedimenti contro la miseria nelle Due Sicilie)

All’epoca larghissimi strati della popolazione ne erano afflitti e già nei primi decenni del secolo la situazione divenne particolarmente grave nelle maggiori città del continente, Londra, Parigi e Napoli. Nei loro quartieri popolari, nei quali il sovraffollamento e il deterioramento delle condizioni sociali erano oltre ogni immaginazione, la vita oramai era quasi impossibile e risanare le tre metropoli presto fu sentita come una necessità. Nel centro più importante dell’impero britannico, dove paradossalmente non erano mai state costruite fogne, addirittura più nessuna zona era risparmiata dal degrado e a questo proposito basta pensare all’incredibile fenomeno del ‘great stink’, a seguito del quale  per garantire il corretto svolgimento della loro attività fu necessario trasferire il Parlamento da Westminster a Hampton Court, nella campagna del Middlesex, e il Palazzo di Giustizia a Oxford e St. Albans. Nella capitale inglese, quindi, era particolarmente urgente intervenire e infatti i lavori cominciarono già nel 1848, mentre nella capitale francese cominciarono nel 1852 e nella capitale borbonica nel 1853. Nelle prime due città, però, continuarono per almeno altri trenta anni e invece a Napoli nel 1859, per motivi che è facile immaginare, furono interrotti e questo provocò gravissime conseguenze.

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Le drammatiche condizioni delle classi popolari nell’Ottocento sono state rese con efficacia da numerosi scrittori in opere, che da questo punto di vista diventano preziose testimonianze della loro epoca. Charles Dickens, ad esempio, nei suoi romanzi raccontò con toni di intenso realismo la Londra più misera, dove ogni giorno si lottava per la sopravvivenza, mentre Eugéne Sue ne I Misteri di Parigi del 1843 denunciò l’inimmaginabile stato di abbandono nel quale erano tenuti i quartieri più umili della città. Successivamente Victor Hugo, nel memorabile I miserabili del 1862, ma anche in altre opere, ritrasse la società francese più disperata (provocando le ire di Napoleone III e acuendo, se possibile, l’ostilità dell’imperatore nei suoi confronti), ma altrettanto fece, con una crudezza senza pari, Émile Zola nei numerosi lavori, che produsse tra gli anni Sessanta e la fine del secolo. Maupassant, infine, dopo aver descritto la durissima vita nella provincia d’oltralpe, descrisse anche la condizione degli operai nelle fabbriche del suo paese, dove la loro esistenza somigliava a quella di veri e propri schiavi.

Anche in Italia ovviamente la miseria era profonda e buona parte della popolazione mancava dei mezzi per soddisfare i bisogni più elementari, specialmente nelle campagne, sia al Nord, sia al Sud. In quelle settentrionali la situazione era talmente grave che un numero sempre crescente di braccianti erano costretti ad abbandonare la propria Terra, mentre nell’ex regno napoletano l’emigrazione cominciò solo dopo l’Unità e ci vollero diversi decenni prima che diventasse un fenomeno sociale. Per comprendere quanto fosse disperata la situazione in Piemonte, Lombardia e Veneto, basta ricordare che la principale causa di morte dei contadini in quelle regioni era la pellagra, dovuta alla denutrizione (mentre la principale causa di morte nel Meridione era la malaria, che fu un vero e proprio flagello almeno fino agli anni Trenta del Novecento). Gli Italiani del Nord che lasciavano la penisola, utilizzavano i porti stranieri, in particolare quelli francesi, per imbarcarsi, diretti prevalentemente verso l’Argentina e l’Uruguay.

Il loro numero in breve assunse tali proporzioni che fu necessario istituire una linea transoceanica direttamente da Genova e a questo fine nel 1852 venne costituita la Compagnia Transatlantica, della quale azionista era anche Vittorio Emanuele II. La società marittima nel 1855 acquistò i piroscafi Genova e Torino e con le due navi dall’anno successivo cominciò regolarmente a collegare il capoluogo ligure con il Sud America. Quanto sia stato sentito il dramma dell’emigrazione e come abbia lasciato il segno nella società settentrionale dell’epoca, è ancora una volta la letteratura a documentarlo e in particolare una delle opere italiane più conosciute dell’Ottocento, Cuore. Il libro scritto da Edmondo De Amicis fu pubblicato nel 1886, ma contiene diverse storie ambientate negli anni precedenti, tra le quali una delle più note è Dagli Appennini alle Ande. In questo racconto il ragazzo che parte per l’Argentina alla ricerca della madre, Marco, è genovese (tra l’altro parte dal porto della sua città e quindi con una delle navi delle quali abbiamo parlato) e sul piroscafo, affollato di Liguri e Lombardi, è proprio con uno di questi ultimi che familiarizza. Quando poi da Buenos Aires deve spostarsi verso l’interno, gli Italiani che incontra lungo il percorso e che l’aiutano, parlano tutti lingue del nord. Prima dell’Unità l’emigrazione era una vera piaga sociale per la parte settentrionale del nostro Paese.

Anche nelle campagne meridionali ovviamente c’era la miseria, ma i Borbone avevano creato un sistema, che garantiva ai braccianti quantomeno la sopravvivenza. Questo sistema era basato sull’azione dei Monti frumentari, combinata con la distribuzione gratuita di grano nei periodi di difficoltà, alla quale dal 1847 si aggiunse l’eliminazione della tassa sul macinato. Negli anni di maggiore produzione, quindi, le strutture del governo acquistavano il grano (contribuendo tra l’altro a tenerne più alto il prezzo e garantendo così un giusto guadagno agli imprenditori del settore) e lo conservavano per poi dividerlo tra la popolazione più indigente negli anni di carestia, durante i quali ogni famiglia ne riceveva per ogni suo componente un sacchetto a settimana.

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I Monti frumentari, la cui origine risaliva al Seicento, erano organismi di dimensione locale, che prestavano ai contadini il grano per la semina. Alcuni di questi nelle Due Sicilie con il tempo vennero dotati di un piccolo capitale dallo Stato, oppure se lo procurarono vendendo il frumento in eccesso, e si trasformarono in Monti pecuniari, che prestavano danaro non solo per l’acquisto delle semenze, ma anche per le altre esigenze legate all’attività agricola. Questi nuovi istituti per legge potevano praticare un tasso massimo del 6%, ma quasi sempre praticavano tassi, anche significativamente, più bassi. I Monti frumentari in realtà esistevano in tutta Italia, ma solo nello Stato borbonico divennero, in particolare con Ferdinando II, uno strumento di politica sociale. Infatti nell’intera penisola erano 1.678 (come ricorda la storica dell’economia Paola Avallone ne Il Mezzogiorno prima dell’Unità, a cura di Paolo Malanima e Nicola Ostuni, Rubbettino, 2013), ma di questi ben 1.145 si trovavano nelle regioni del sud (gli altri erano 438 nello Stato della Chiesa, 83 in Lombardia, uno in Toscana e 11 nel regno sardo). Ai Monti frumentari bisogna aggiungere quelli pecuniari, che erano 59 con un capitale complessivo di circa 52.000 ducati (Aldo Di Biasio nello studio Il Finanziamento dell’azienda agraria nel Regno di Napoli, pubblicato nel dicembre 1981 sulla Rivista di Storia dell’Agricoltura), e quindi, considerato che il Regno delle Due Sicilie all’epoca aveva circa 2.500 comuni, si vede come il suo territorio fosse coperto in maniera capillare dai monti complessivamente esistenti. Per quanto riguarda la tassa sul macinato, vera e propria tagliola per i contadini dell’epoca, nel Meridione era stata definitivamente abolita, come già detto, nel 1847, quando il pareggio del bilancio era oramai consolidato. Venne ripristinata, con conseguenze drammatiche, dopo l’Unità, ma di questo parleremo più avanti. 

La politica dei Borbone per combattere la miseria nelle campagne, oltre alla creazione di un sistema, che soccorreva la popolazione nei momenti del bisogno, comprendeva anche norme, che garantivano ai lavoratori un appezzamento di terra, anche minimo, per le proprie esigenze primarie. Con varie leggi, infatti, erano stati riconosciuti i cosiddetti usi civici, che consistevano in antiche consuetudini, in buona parte risalenti al Medio Evo, in forza delle quali su ampi terreni era consentito lo sfruttamento comunitario da parte dei braccianti senza proprietà. Lo Stato, quindi, per difendere dagli speculatori i fondi destinati alla collettività e per evitare che venissero distolti dalla loro destinazione, li acquisì nel proprio demanio, ma non bisogna dimenticare che lo sfruttamento comunitario era consentito anche su molti suoli appartenenti alla Chiesa. In questo contesto un ruolo fondamentale per mantenere gli equilibri esistenti era svolto dalle reintegrazioni amministrative. Con tali provvedimenti si sottraevano ai latifondisti le proprietà statali o comunali, di cui si erano indebitamente appropriati, e si restituivano alla loro originaria funzione sociale. A proposito degli interventi nelle campagne effettuati da Ferdinando II, scrive il giurista ed economista Francesco Durelli (Cenno storico di Ferdinando II Re del Regno delle Due Sicilie, Stamperia Reale, 1859): ‘Grandissima è la quantità di terreni usurpati e reintegrati e dei demani ripartiti ai nullatenenti. Sono beni da cui traggono assistenza e comodo gli infelici, i poveri, i proletari, che sono gran parte della società. In quattro anni soltanto, dal 1850 al 1854, furono reintegrati nei demani comunali più di 108.950 moggia di terreni usurpati e divisi in sorte ai bisognosi.’

Come vedremo nelle prossime puntate, dopo l’Unità anche in questo campo le cose cambiarono e i baroni, insieme ai nuovi latifondisti, potettero senza più ostacoli accrescere i propri possedimenti.

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