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Trasferte vietate, identità sotto accusa: quando Napoli scende in strada per difendere sé stessa

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C’è una parola che a Napoli pesa più di altre: appartenenza.
Ed è proprio da lì che, il 22 dicembre, è partita la protesta che ha attraversato il cuore della città, da Largo Berlinguer a Palazzo San Giacomo. Non una semplice manifestazione sportiva, ma una presa di posizione politica, culturale, identitaria.

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“Sei napoletano?” recitava il manifesto apparso nei vicoli e sui muri della città.
Una domanda semplice, quasi banale. Eppure oggi, nel calcio come nella società, essere napoletani sembra diventare una colpa da scontare, un fattore discriminante. Due trasferte concesse in un anno “soltanto perché campano”. È questo il dato che ha fatto esplodere la rabbia del tifo organizzato, di Curva A e Curva B, ma soprattutto di una comunità che non accetta più di essere trattata come un problema.

Lo striscione è chiaro: “Basta!!!”.
Basta divieti senza senso, basta decisioni calate dall’alto, basta criminalizzazione preventiva. Il nodo non è Cremona, non è una singola partita. Il nodo è il principio: perché il diritto di seguire la propria squadra viene negato in base alla residenza? Perché Napoli continua a essere considerata un’eccezione negativa, un rischio a prescindere?

In piazza non c’erano solo ultras.
C’erano pezzi di città. C’erano associazioni come il mondo dell’attivismo popolare con Gigi Lista, voci come Max Grillo, insieme a chi vive la curva non come folklore, ma come comunità. Perché la curva, a Napoli, è una fratria. È uno degli ultimi luoghi di aggregazione non addomesticata, non filtrata, non mercificata.

Chi continua a ridurre il tifo organizzato a una questione di ordine pubblico sbaglia prospettiva.
Gli ultras napoletani non tifano solo una squadra: tifano una città. Difendono un’appartenenza. Tengono in piedi legami che altrove sono stati cancellati dal consumo, dall’individualismo, dalla paura.

E allora la protesta assume un significato più profondo.
Quando si vieta una trasferta “ai residenti in Campania”, non si sta gestendo la sicurezza: si sta colpendo un popolo in quanto tale. È una forma di razzismo istituzionale che Napoli conosce bene, perché non nasce oggi e non riguarda solo il calcio. Riguarda i trasporti, il lavoro, la narrazione mediatica, l’idea stessa che di Napoli si ha fuori da Napoli.

Qui niente nasce da zero.
Qui tutto si somma.
Napoli non cancella, stratifica. È città che esiste da prima di ogni potere che ha provato a governarla. Popoli si sono aggiunti senza mai cancellare chi c’era prima. Fratrie, legami, consuetudini. Dal mondo antico alle curve degli stadi, il filo è lo stesso: comunità.

E oggi, quando chiamano Napoli “problema”, quando la indicano come rischio, quando la controllano più delle altre, stanno attaccando esattamente questo: la sua continuità.
Ma Napoli non si divide. Napoli non si vieta. Napoli non si addomestica.

Gli ultras, piaccia o no, sono memoria vivente.
Sono una delle ultime forme di patriottismo popolare, non di bandiera ma di appartenenza. Difendono la squadra come si difende un quartiere, una lingua, una madre. Per questo vengono temuti. Per questo vengono colpiti.

Il manifesto lo dice senza giri di parole: “Popolo napoletano, tutti a Cremona”.
Non è una chiamata allo scontro. È una chiamata alla dignità. È il rifiuto di accettare che l’identità venga trattata come una colpa.

Napoli è una grande fratria.
Chi attacca la curva, attacca il popolo.
E contro un popolo non si vince.

Forza Napoli. Sempre. (Parte del Post di Gigi Lista)

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