Dieci euro l’ora. È questa la soglia che, secondo Davide D’Errico, dovrebbe diventare un limite invalicabile per chi lavora negli appalti della Regione Campania. Il neo consigliere regionale, eletto nella lista “Fico Presidente”, ha scelto di iniziare il suo percorso in Consiglio con una mozione dal valore simbolico ma anche estremamente concreto: impedire che un lavoratore impegnato per la Regione possa guadagnare meno di 10 euro l’ora.
D’Errico non ha voluto far parlare solo le parole. Il suo ingresso in politica regionale è stato accompagnato anche da una scelta netta: la rinuncia al vitalizio. Un gesto che, almeno nelle intenzioni, serve a dare coerenza al messaggio di fondo: la politica deve tornare credibile, deve dimostrare di stare dalla parte dei cittadini e soprattutto di chi fa fatica. E non può farlo se continua a mantenere privilegi mentre chiede sacrifici a chi vive con stipendi da fame.
La proposta nasce infatti da una realtà che, a detta dello stesso consigliere, esiste già e non può più essere ignorata: lavoratori impiegati in servizi regionali, spesso tramite società multiservizi, pagati 7 o 8 euro l’ora. Una cifra che oggi, in pieno aumento dei costi e dell’inflazione, significa una sola cosa: precarietà permanente. Lavorare e non riuscire comunque a vivere in modo dignitoso.
D’Errico mette il dito in una contraddizione che brucia: com’è possibile che proprio negli appalti della Regione, quindi con fondi pubblici, ci siano persone che lavorano e restano povere? Per lui, se la Campania vuole davvero dare un segnale di cambiamento, deve partire da qui. «Se vogliamo dare l’idea che la Regione non è un apparato per i politici, ma uno strumento che si occupa dei cittadini, allora la prima cosa da fare è parlare a chi non ce la fa, a chi pur lavorando è in difficoltà», è il senso delle sue dichiarazioni.
Secondo il giovane consigliere, se la mozione venisse approvata, ci sarebbero benefici immediati e misurabili: centinaia di lavoratori avrebbero un incremento stimato tra 150 e 200 euro al mese. Per molti non sarebbe un “aumento” generico, ma una differenza enorme: bollette da pagare, spesa più sostenibile, un affitto meno pesante, la possibilità di non vivere ogni mese in emergenza.
Il cuore della misura è molto chiaro: se un’azienda vuole partecipare agli appalti regionali, deve rispettare una soglia minima salariale. Non può essere consentito che la logica del ribasso economico diventi un taglio sui diritti e sulla vita delle persone. E non può essere la Regione, cioè l’istituzione che dovrebbe guidare il territorio, a tollerare questo meccanismo.
D’Errico sottolinea anche che non si tratta di un salto nel vuoto: un modello simile sarebbe già stato sperimentato in Puglia e sulla questione si sarebbe già pronunciata la Corte Costituzionale. Per lui il messaggio è chiaro: si può fare e non ci sono più scuse.
«Si può fare. Cambiamo il sistema», dice. Ed è proprio qui che la proposta si trasforma in una battaglia politica più ampia. Perché dietro quei 10 euro l’ora non c’è solo un numero: c’è la sfida contro il lavoro povero, contro lo sfruttamento mascherato, contro un sistema che per anni ha reso normale il fatto che si possa lavorare senza riuscire a vivere.
Ora la palla passa al Consiglio regionale. La mozione dovrà essere discussa, valutata e votata. Ma intanto il tema è già esploso nello spazio pubblico, e difficilmente potrà essere ignorato. Perché se davvero esistono lavoratori pagati meno di 10 euro l’ora mentre prestano servizio per la Regione, il problema non è soltanto economico, è politico e morale. Ed è il tipo di nodo che, prima o poi, deve essere sciolto.















