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Crolla il ponte sul Trigno: all’Italia non interessa

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Di Ylenia Petrillo

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Il ponte crolla, ma la verità è che a crollare è un intero modello di gestione del Paese.

Nella mattinata del 2 aprile, lungo la Statale 16 Adriatica, al confine tra Molise e Abruzzo, il ponte sul fiume Trigno è collassato dopo giorni di maltempo. La struttura ha ceduto improvvisamente mentre erano in corso verifiche tecniche, spezzandosi a metà e interrompendo uno dei principali collegamenti tra le due regioni. Solo il caso ha evitato la tragedia: la strada era già chiusa al traffico. Ma, fermarsi al maltempo, significa raccontare solo metà della storia.

Non è solo maltempo: è fragilità strutturale

Tre giorni di pioggia non dovrebbero essere sufficienti a far crollare un’infrastruttura strategica. E invece accade. Ancora. Sempre negli stessi territori.Il crollo del ponte sul Trigno non è un evento isolato: è l’ennesimo episodio che mette in luce la debolezza cronica delle infrastrutture nel Mezzogiorno. Un sistema viario già fragile, spesso privo di alternative, che oggi si ritrova spezzato in due, con collegamenti interrotti e territori isolati.E mentre il Centro-Sud viene colpito dal maltempo, si scopre che basta una piena per fermare intere regioni: strade chiuse, ferrovia sospesa, centinaia di persone bloccate.Il vero problema: investimenti mancati.

La domanda spesso è: perché accade sempre al Sud? La risposta è meno comoda: non accade solo al Sud, anzi. Al Sud non fa notizia. I giornali nazionale ci raccontano in qualche trafiletto che le infrastrutture sono vecchie, sottodimensionate e spesso lasciate senza manutenzione adeguata, ma qualora fosse così, di certo, non accade per fatalità o incapacità dei cittadini, ma per scelta politica. La Statale 16 non è una strada secondaria: è uno degli assi principali dell’Italia adriatica. Eppure, in interi tratti meridionali, resta spesso l’unico collegamento reale tra territori, senza alternative moderne, senza ridondanza, senza sicurezza.

Nel pieno dell’emergenza, mentre lo Stato appare ancora una volta lento e distante, sono le amministrazioni locali a tentare di contenere i danni immediati. In queste ore, il sindaco di Castellino del Biferno, Enrico Fratangelo, è impegnato in prima linea nel tentativo di salvare alcune aziende locali dal disastro che rischia di diventare non solo infrastrutturale ma anche economico e sociale. Attività produttive isolate, trasporti interrotti, forniture a rischio: il crollo del ponte si traduce in un effetto domino che colpisce direttamente il tessuto imprenditoriale del territorio. E mentre i territori cercano soluzioni emergenziali, si consuma l’ennesima contraddizione: comunità lasciate sole a gestire conseguenze sistemiche. Da anni si parla di grandi opere, alta velocità, corridoi europei, digitalizzazione. Ma mentre si investono miliardi in alcune aree del Paese, altre restano esposte al rischio più elementare: quello del collasso fisico delle infrastrutture. Al Sud mancano i fondi strutturali, la manutenzione ordinaria, la pianificazione. Manca soprattutto la priorità politica che questo Stato riserva sempre e solo al Nord. Ed è ogni che ogni emergenza diventa una sorpresa. Ogni crollo, un caso eccezionale. Ogni territorio, un problema da gestire e non da sviluppare. È il risultato di anni di scelte sbagliate, di fondi mai arrivati, di un Sud trattato come colonia permanente. Finché questo schema non verrà rotto, ogni pioggia sarà un’emergenza.

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