L’editoriale del direttore
Alessandro Di Battista era andato a Cuba per raccontare un Paese e proprio lì, dopo un malore, i medici hanno scoperto un tumore cerebrale. È stato operato d’urgenza all’ospedale Hermanos Ameijeiras dell’Avana. Lo stesso Di Battista ha poi definito l’intervento «raffinatissimo», raccontando di professionisti capaci di lavorare nonostante enormi difficoltà materiali. Questa storia mi ha fatto pensare al Sud Italia.
Non perché Cuba e Mezzogiorno siano la stessa cosa. Sarebbe una semplificazione. Ma perché conosco bene un meccanismo che accomuna molte terre considerate periferiche: trasformare i loro problemi nella loro identità. Cuba diventa semplicemente “povera”. Il Sud diventa “arretrato”. E una volta applicata l’etichetta, tutto ciò che non coincide con quella narrazione sembra quasi non esistere. Non bisogna negare i problemi. Cuba attraversa una crisi durissima e vive anche le conseguenze di decenni di restrizioni economiche statunitensi; allo stesso tempo, sarebbe scorretto attribuire ogni difficoltà esclusivamente all’embargo, ignorando responsabilità interne e limiti del sistema cubano. Oggi persino le Nazioni Unite descrivono una situazione energetica capace di incidere direttamente su ospedali, acqua e servizi essenziali.
Eppure Cuba continua a possedere una tradizione sanitaria e una densità di medici straordinarie: gli ultimi dati OMS disponibili indicano circa 85 medici ogni 10mila abitanti. Ed eccoci al Mezzogiorno. Anche noi conosciamo povertà, disoccupazione, infrastrutture insufficienti, sanità in difficoltà e servizi pubblici che troppo spesso non garantiscono gli stessi diritti da una parte all’altra del Paese. Non sono invenzioni: la stessa SVIMEZ continua a documentare divari territoriali nei servizi essenziali, nelle infrastrutture, nella scuola e nella sanità. Ma il Sud non è i suoi problemi. È anche università, ricerca, imprese, agricoltura d’eccellenza, cultura, medicina, artigianato, turismo e una capacità umana che troppo spesso viene riconosciuta soltanto quando lascia la propria terra. È qui che entra in gioco la questione identitaria. Una terra diventa veramente subalterna quando accetta lo sguardo degli altri come unica descrizione possibile di se stessa. Quando finisce per credere di essere soltanto ciò che manca, mai ciò che possiede.
Per questo il caso Di Battista racconta qualcosa che va oltre Cuba. Un ospedale con difficoltà enormi può custodire medici capaci di compiere un intervento di altissimo livello. Allo stesso modo, un territorio penalizzato da divari storici può continuare a produrre eccellenza. La povertà può essere una condizione. Non deve diventare un’identità! Forse è proprio questo il racconto che manca, da L’Avana a Napoli: riconoscere i problemi senza accettare che siano gli altri a decidere chi siamo.















