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Finita la festa, si smonta il lungomare. Ma Napoli non è un palcoscenico

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Terminate le regate preliminari dell’America’s Cup, vengono rimosse anche le pedane sulla scogliera di via Caracciolo. Per qualche giorno i napoletani hanno riscoperto un rapporto diretto con il proprio mare, ma la domanda resta semplice: perché deve servire un grande evento per rendere possibile ciò che dovrebbe essere normale? Finito lo spettacolo, si smonta il palcoscenico. Per quattro giorni Napoli ha mostrato al mondo il suo volto migliore, con il Lungomare pieno, le barche nel Golfo, migliaia di persone in strada e soprattutto un rapporto con il mare che improvvisamente sembrava diventato più semplice e naturale. Poi le regate sono finite e sono cominciati gli smontaggi. Insieme alle strutture dell’evento se ne vanno anche quelle pedane realizzate sulla scogliera di via Caracciolo che avevano attirato cittadini e turisti e che, forse ancora più delle regate, avevano restituito per qualche giorno ai napoletani la possibilità di sedersi davanti al proprio mare.

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È proprio questo il punto. Quelle pedane avevano dimostrato quanto poco possa bastare per cambiare il modo in cui una città vive uno dei suoi luoghi più belli. Un pezzo di scogliera reso finalmente fruibile, uno spazio dove fermarsi, guardare il Golfo e vivere il Lungomare senza dover necessariamente entrare in un locale o consumare qualcosa. Una normalità che a Napoli riesce ancora ad assumere i contorni dell’eccezionalità. È vero che quelle strutture erano state autorizzate come temporanee e che la loro rimozione era quindi prevista, ma proprio il successo riscosso dovrebbe aprire una riflessione più ampia. Perché per restituire un pezzo di mare ai cittadini dobbiamo aspettare l’America’s Cup? Perché ciò che viene realizzato rapidamente quando bisogna accogliere un grande evento non può diventare parte della vita quotidiana della città?

Sarebbe stata una scelta apprezzabile lasciare quelle strutture almeno per qualche mese in più, considerando che a Napoli anche tra ottobre e dicembre non mancano giornate miti e soleggiate. Sarebbe stato un modo semplice per trasformare un intervento nato per una manifestazione internazionale in qualcosa di utile anche per chi la città la vive ogni giorno. I numeri diffusi sull’evento raccontano comunque una partecipazione enorme, con oltre 250 mila visitatori al Race Village e quasi 280 mila presenze complessive considerando anche gli spettatori dal mare. Un risultato importante che testimonia ancora una volta la capacità di Napoli di attrarre pubblico e attenzione internazionale. Ma proprio per questo sarebbe necessario chiedersi cosa resta alla città dopo che le telecamere si spengono e le strutture vengono smontate.

Il rischio è quello di conoscere una Napoli perfetta soltanto per pochi giorni, ripulita, organizzata, fotografata e mostrata al mondo, per poi tornare rapidamente alla quotidianità e ai problemi di sempre. Una città che sembra riuscire a cambiare volto quando serve una vetrina internazionale, ma che fatica a trasformare quelle stesse soluzioni in interventi permanenti o almeno duraturi. Le pedane sono diventate così il simbolo involontario di qualcosa di molto più grande. Hanno dimostrato che esiste un enorme desiderio dei napoletani di riappropriarsi del proprio mare e che spesso non servono opere faraoniche per migliorare concretamente la qualità della vita urbana. Servono idee semplici, continuità e soprattutto la volontà di pensare alla città anche quando non ci sono eventi, televisioni o grandi numeri da celebrare. Napoli non può essere soltanto una scenografia da preparare per il prossimo grande appuntamento e i napoletani non possono essere trattati come comparse chiamate a riempire l’inquadratura. La nostra storia, nel bene e nel male, ci ha sempre visti protagonisti e sarebbe ora che tornassimo davvero a comportarci come tali.

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