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Cazzullo, Torino, Napoli, i neosabaudi e i Neoborbonici

La risposta del professore De Crescenzo a Cazzullo

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di Gennaro De Crescenzo
Augusto aveva 56 anni e aveva chiesto semplicemente una sigaretta a Francesco (20 anni) che lo ha massacrato e ucciso con calci e pugni. Non siamo a Napoli ma a Torino qualche mese fa. Credo che a questo punto dobbiamo smetterla con il racconto neosabaudo di Torino e del Nord “superiori” dal 1860, degli eroismi di bersaglieri e garibaldini o del “tutto va bene” se poi per i crimini Torino è al quarto posto in Italia (Napoli al decimo) e se nel carcere minorile di Torino i detenuti sono una quarantina (a Napoli una cinquantina in tutto), fiction e serie televisive a parte.
Come dite? La storia non c’entra nulla con il presente? Non ditelo a me ma ad Aldo Cazzullo che, ogni 3/4 settimane, ciclicamente, approfitta di qualche lettera al Corriere per parlare (male) di Borbone e neoborbonici.

In questo caso ha superato se stesso con un lettore che evidenziava l’intollerabile assassinio del povero Giovanbattista, giovane musicista napoletano (in attesa di pene esemplari).
Resta un mistero l’associazione tra questa tragedia e “la ferrovia giocattolo borbonico” (Cazzullo ignora, ovviamente, i 15 milioni di biglietti staccati in meno di 20 anni) o tra questa tragedia e quella antica del “brigantaggio” (io mi sono stancato: qualcuno dica a Cazzullo che la tesi della guerra civile tra meridionali non è logica con oltre 120.000 soldati sabaudi dalle parti del Sud, come ammise lo stesso D’Azeglio). Un mistero anche l’associazione tra l’orgoglio neoborbonico e questa tragedia come se essere orgogliosi fosse una colpa e come se 2 milioni di napoletani fossero colpevoli dei reati di 1, 100 o 1000 criminali (se qualcuno lo pensa poi non deve lamentarsi che qualcun altro parli di “razzismo”).

E così, per Cazzullo, per l’Italia di ieri e di oggi, non è corretto parlare di “noi e loro”: peccato, però, che lui stesso punti il dito contro di “noi” e la nostra cultura “della camorra e della violenza”. E punta il dito anche sulla nostra “incapacità di trasmettere alla società l’amore per l’arte e la cultura”. Ecco: il problema è proprio lì. Fino a quando ci saranno intellettuali italiani torinesi (e anche napoletani) pronti a generalizzare in questo modo, quando si parla di Napoli e del Sud, quel passaggio sarà sempre complicato e ci costringerà a continuare le nostre “battaglie” per memoria e orgoglio e a pretendere pari diritti Nord/Sud, una cosa semplice semplice ma che non capita da 160 anni, dal 1860 ai federalismi-regionalismi attuali che hanno dimezzato questi diritti (scuole e lavoro inclusi). E ci costringerà pure a scrivere l’ennesima replica a Cazzullo.
Prof. Gennaro De Crescenzo