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Pisacane: Riflessioni contro corrente su un uomo che contribuì a segnare il destino del Sud – PARTE 3

Il Seggio del Popolo - Locanda

di Edoardo Vitale: Rubrica “L’Alfiere”
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Dante colloca all’Inferno (canto III) il grigio stuolo degli ignavi, coloro che vissero “sanza infamia e sanza lodo”, a scontare la loro punizione disdegnati da Dio e dai diavoli. Queste “anime triste” sono mischiate al “cattivo coro” degli angeli neutrali, che di fronte alla scelta fra Bene e Male, si schierarono solo per sé stessi. La loro “cieca vita” è “tanto bassa”, che provano invidia perfino per le altre anime dannate.

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Ora, l’ignavia è un vizio che certo nessuno può attribuire a Carlo Pisacane. La sua indole lo spinge in tutt’altra direzione, verso prese di posizione nette e comportamenti risoluti; spinti fino alle estreme conseguenze. Che possono arrivare fino alla morte propria o altrui. Infatti, se l’arco della sua esistenza terrena è stato breve, parecchie sono le decisioni radicali che il Nostro ha avuto modo di prendere. Azzardiamo al riguardo qualche pacato ragionamento, per cercare di capirne di più, soprattutto in ordine alle motivazioni profonde delle sue azioni più clamorose.

Prendiamo in considerazione l’avventurosa vicenda sentimentale con Enrichetta Di Lorenzo, che segna una svolta fondamentale nella vita di Carlo Pisacane. Il primo giugno 1845 è il giorno fatidico in cui Enrichetta gli dice “je t’aime” (lettera ai parenti del 28 gennaio 1847). La scelta dei due amanti di vivere pienamente la propria relazione spinge lui a disertare dall’esercito delle Due Sicilie, a violare il giuramento di fedeltà, conseguentemente a rinunciare alla carriera militare e quindi a rendersi latitante. Quanto a lei, la scelta la induce ad abbandonare i tre figli, ancora in tenera età, avuti da Dionisio Lazzari, cugino dell’amante, con il concreto rischio, poi divenuto realtà, di non poterli più rivedere. Anche se il Nostro in modo molto poco convincente minimizza la tragedia del distacco di Enrichetta dalla prole: «il dolore di lasciare i figli il tempo lo lenisce» ed «io addolcirò questo dolore con la mia adorazione».

Comunque, vista la rigidità e l’autoritarismo del marito, per quei bambini, secondo Pisacane, ella avrebbe potuto fare poco (poco? eppure la sola presenza dell’affetto materno può fare miracoli nella formazione di un figlio!). Al cospetto di Enrichetta, Carlo si sente «l’uomo a cui la Natura ha destinato le sue bellezze». L’Amore deve perciò trionfare ad ogni costo. Del resto, nell’animo degli eletti la Natura scrive «orrore alla schiavitù». Questi concetti destano straripante ammirazione nei suoi apologeti, sedotti da questa altissima e purissima visione dell’Amore, generato e orientato dalla Natura e indissolubilmente legato alla Libertà, perché per farlo vivere bisogna rompere tutte le catene con cui la società cerca di soffocarlo.

Sicuramente questo amore ha ben poco a che vedere con l’amore cristiano, ma comunque è un assoluto da assecondare. Orbene, la sua fede in questo principio basta a spiegare le gravissime azioni che Carlo Pisacane ha dovuto compiere in funzione delle sue avventure amorose e la sua accettazione delle pesantissime conseguenze che ne sono scaturite? Per cercare una risposta a questo interrogativo vale la pena di riflettere sulla precedente peripezia sentimentale del Duchino, cui si è già accennato nella prima parte di questo scritto. A Civitella del Tronto, dove, per contrasti col capitano Clemente Fonseca, è stato trasferito nel 1841, poco prima dell’inaugurazione della ferrovia Napoli-Caserta (alla cui costruzione ha collaborato), si mette a corteggiare una avvenente tavernaia, la giovane Gaetanella Michilli, e ottiene il successo sperato, fino a che, la notte del 4 febbraio 1843, il marito Emidio Fiorentini li sorprende; e ferisce la donna. Stranamente, Pisacane non risulta avere riportato lesioni né aver provato a soccorrere la Michilli. Sta di fatto che si fa circa sei mesi di carcere, periodo insolitamente lungo per un’accusa di adulterio, venendo poi scarcerato «per la rinuncia dell’istanza fatta dall’un coniuge a pro dell’altro», il che «giova al complice». Dopo tre anni quasi esatti dal terribile episodio, l’8 febbraio 1846 la povera Gaetanella muore, «per vizi tubercolari in cui degenerò la infiammazione flemmonosa al polmone, e per cause estranee alla ferita», come clinicamente accertato e successivamente confermato dalla Facoltà medica dell’Università di Napoli.

Anche se il tragico epilogo non si poteva prevedere, era stata di sicuro una decisione gravida di pesanti conseguenze, quella di corteggiare una donna sposata, in un’epoca che considerava l’adulterio come una notevole infamia, con l’aggravante di essere compiuta da un militare in servizio. Con l’accettazione del rischio di uno scandalo che avrebbe potuto segnare non solo la sua vita, ma soprattutto quella della sua giovane compagna.

Dietro questo atto grave, indubbiamente c’è di mezzo quella che egli chiama la Natura, ossia una pulsione del tutto fisiologica, che nella maggior parte dei casi trova un freno nei principi morali che ciascuno riconosce. Del mancato funzionamento di questi freni, non si può, stavolta, individuare la causa nella forza dell’amore, anche perché, per sua stessa ammissione, a quel tempo il suo cuore già portava impresso il nome di Enrichetta. Né si trattava di strappare una donna agli «artigli di un vecchio debosciato», e nemmeno di sottrarla all’infelice sorte di dover «imprimere baci … su una fronte calva o canuta e su delle labbri puzzolenti», in quanto lo sciagurato Emidio era, sì, più grande della sposa, ma aveva comunque quarant’anni.

Se, dunque, nel rapporto con Enrichetta si può legittimamente ipotizzare che Carlo Pisacane sia stato mosso, insieme, da passione e cosciente obbedienza all’invincibile forza dell’Amore, nel rapporto con Gaetanella sembra che la passione sia stata sufficiente. Se ne deve concludere che non era necessario, per il Nostro, essere motivato da principi elevati (ancorché soggettivi), per lanciarsi in avventure foriere di gravi pericoli per sé e per gli altri. Bastava il fuoco della passione. E in lui ne ardeva un altro: il «desiderio… di gloria militare» (vedi lettera cit. del 28 gennaio 1847).

Gloria vuol dire “fama grandissima, onore universale”, quindi non è propriamente un appagamento interiore, ma postula il riconoscimento altrui. Anelito comunque lodevole, quando sia legato a obiettivi edificanti, che vadano a beneficio dell’umanità. Ma qui l’aggettivo “militare” limita bruscamente l’orizzonte nel quale si vuole conseguire imperituro plauso. Si dirà: interpretazione malevola, dovendosi ritenere implicito che la gloria agognata da Carlo Pisacane fosse legata agli ideali di libertà nel segno dei quali si è consegnato alla storia. Tuttavia anche qui c’è qualcosa che non torna. Non c’erano nobili cause che lo potessero spingere – il 21 ottobre 1847, quando la sua venerata Enrichetta era in avanzato stato di gravidanza – ad arruolarsi nella Legione Straniera francese, ovviamente grazie all’“interessamento” della sua potente famiglia.

È scontato che in questo modo intendesse procurarsi di che vivere: ragionevole proposito. Anche se lui nelle sue lettere non mette in primo piano questo intento, come quando scrive al fratello: «Veniva in Africa per cercare un diversivo nella guerra alla mia passione; al mio arrivo è cominciata la pace e finite tutte le probabilità di avanzamenti». Diversivo alla passione? Quella per Enrichetta, che nel frattempo approfondiva un’affettuosa amicizia con Enrico Cosenz? Niente di strano, la letteratura anche cinematografica ha reso un trito luogo comune l’immagine dell’amante deluso fattosi mercenario per dimenticare. Ma considerare l’uccisione di altri esseri umani un diversivo ai propri problemi personali è francamente ignobile. Non possiamo fare a meno di ribadire che in Algeria, quando, il 5 dicembre 1847, giusto cinque giorni dopo la nascita della sua Carolina Henriette Clemence Pisacane, egli si imbarca a Marsiglia come mercenario, non sta andando a difendere la libertà, ma, al contrario, a combattere una sporca guerra coloniale contro chi – come Abd-el-Kader, considerato il padre della patria algerino – sta difendendo la sua terra da un’invasione straniera. L’uomo di cui i suoi ammiratori lodano l’essere “sempre avanti”, rispetto alla sensibilità del suo tempo, in questa occasione ci appare clamorosamente allineato alla politica di pura potenza degli stati imperialisti. E capace di un cinismo estremo al cospetto della vita umana, ancor più grave trattandosi di gente che lottava per la propria libertà.

In quel 1847, in cui sicuramente attraversava un periodo molto difficile sotto diversi aspetti, si colloca anche l’incredibile lettera del 6 dicembre all’ambasciatore napoletano Serracapriola, nella quale supplica la protezione del diplomatico come Suddito che non è “neanche degno d’implorare” “la Sovrana Clemenza”. Tutto si può umanamente comprendere, ma il lamentarsi col fratello (lettera del 23 febbraio 1848) del suo “martirio” perché in Africa disgraziatamente non può combattere e ottenere avanzamenti di carriera (magari per usarli come nuove credenziali in vista di un non impossibile ulteriore perdono regio) lascia veramente interdetti. Se poi si pensa che appena un anno e mezzo dopo sarà a Velletri a combattere contro le truppe napoletane, nella cui cavalleria milita il fratello maggiore Filippo, è legittimo affermare che di fronte alle sue passioni ed esigenze pressanti, Carlo Pisacane è giunto a smantellare qualsiasi scrupolo, inclusa la conservazione della propria dignità. Il legame con Enrichetta ha sicuramente assecondato la sua sfrenatezza. Con orgoglio Carlo proclamava il loro essere «ambi nemici dell’imitazione, ambi dominati dal desiderio di esser peggio degli altri ma non come gli altri»: excentriques, come lui ama dire, termine che evoca il concetto di perdita del centro, come direbbe Hans Sedlmayr.

Qualunque persona equilibrata si vergognerebbe di essere posseduto dalla brama di distinguersi a tutti i costi. Pisacane, invece, sembra vantarsene. Indice evidente del fatto che egli è molto interessato a dare risalto alla propria immagine. Quando ciò non è possibile conseguendo la “gloria militare” (in mancanza di meglio, anche da mercenario al soldo di una potenza coloniale), il risultato potrà essere ottenuto con la ribellione sistematica alle regole sociali. Certamente, per il rampollo del duca Gennaro Pisacane di San Giovanni distinguersi era quasi un imperativo familiare. Ed il posto di stimato tutore dell’etica tradizionale se lo era già accaparrato il fratello maggiore Filippo, anch’egli formatosi alla Nunziatella, ma rispettoso del giuramento.

La prospettiva di Carlo, che comporta la composizione di una propria morale curando di non ricalcare mai quella vigente, regala l’esaltante ebbrezza di poter trasgredire ogni norma, il che spiegherebbe, ad esempio, l’altrimenti vergognosa lettera a Serracapriola. Con ciò non vogliamo, ovviamente, negare che egli sia animato da forti convinzioni, che lo spingono a mettere pienamente in gioco la sua stessa vita; piuttosto sottolineare che l’impulso bellicoso preesiste alla scelta dei valori cui immolarsi. Così scrive nell’opuscolo sotto pseudonimo Lettere di un antico ufficiale napoletano ai suoi commilitoni: «non si è mai interamente cancellato dal mio cuore l’amore al corpo, che per militare è quasi seconda natura, e disgraziatamente non solo dirige, ma domina i suoi pensieri e le sue azioni». Ritorna il concetto di “dominio”, che si esercita, prima che sulle azioni, sui pensieri. Pensieri che, peraltro, si erano formati attingendo a fonti selezionate: il fior fiore dei sovversivi incontrati durante le sue selettive peregrinazioni, lungo la via della rivoluzione, Livorno, Londra, Parigi, Orano, Londra, Ginevra, Genova. Non è oggetto di questo articolo analizzare e illustrare il pensiero politico di Carlo Pisacane; di certo, in ciò distaccandosi fortemente da Mazzini, propugnava la priorità della questione sociale su quella politica. Indignato delle condizioni misere dei contadini a fronte degli enormi latifondi in mano ai signorotti locali, affermava la necessità di sollevare il popolo contro quella “classe” che ne sfruttava il lavoro. Nell’Italia unificata, ad ogni cittadino sarebbe stato assicurato il frutto del suo lavoro e la proprietà privata sarebbe stata abolita. L’azione rivoluzionaria al Sud avrebbe dovuto scongiurare la soluzione moderata e monarchica della questione italiana, obiettivo del Piemonte.

Col suo desiderio di coinvolgere il popolo, tuttavia, stride fortemente l’insieme delle sue convinzioni etiche e sociali, spesso agli antipodi di quelle diffuse negli strati più umili della popolazione. A cominciare dal suo ateismo, per giungere al suo irrefrenabile impulso alla trasgressione. Non a caso la figura del Nostro viene preso come autorevole riferimento dagli anarchici. Però è improbabile che a Pisacane sia sfuggito come le comunità popolari siano ordinate secondo regole morali e consuetudinarie stringenti, elaborate in molti secoli di esperienza, e siano vivificate da una religiosità profonda. Pensare di suscitarne la ribellione invocando una generica giustizia sociale è pura utopia. E come poteva ignorare che il sostegno dei possidenti agrari e degli speculatori ai moti rivoluzionari era finalizzato alla conquista del potere? che dopo sarebbe stato molto difficile, forse impossibile, garantire alla gente del vero popolo un miglioramento delle loro condizioni di vita?

Non meraviglia che il Duchino venisse riconosciuto subito come tale, e il suo rifiuto di ogni autorità in cielo e in terra potesse al più apparire come una bizzarria signorile. Un pensiero che reca impresso il marchio di fabbrica del dorato mondo aristocratico, quando, sedotto dalla spietata aggressività della borghesia, cerca di superarla in estremismo. Ma la gente non ha bisogno di utopie. E promettere grandi cambiamenti senza riflettere sulle forze a disposizione per conseguirli è qualcosa che assomiglia a un tragico gioco. O inganno. Che Garibaldi, con le sue false promesse, ritentò con qualche successo nel 1860. E l’esito fu, tra l’altro, l’eccidio di Bronte. Ma il popolo cilentano non ci cascò: «voi ci guardate freddamente, come se la causa non fosse la vostra», lamenta Pisacane nel proclama di Torraca. Ma era difficile credergli, quando tra le file dei rivoluzionari pullulavano i ricchi, a cominciare da alcuni fra i maggiori possidenti della zona, appartenenti quindi al ceto sociale storicamente contrapposto alla povera gente. Il messaggio “la proprietà è un furto” sarebbe suonato molto falso ai conterranei dei baroni “liberali”.

Si tratta di contraddizioni che certamente anche un Pier Paolo Pasolini avrebbe potuto rilevare.

Ma il Nostro era lanciato verso lo scontro sanguinoso. Quasi tutti lo sconsigliarono invano: secondo il barone Mazziotti, l’impresa, per la macroscopica disorganizzazione, fu “una magnanima follia” commessa contro il parere di tutti i liberali che ne erano al corrente. Mazzini, al contrario, nonostante le divergenze strategiche mai risolte, lo spinge all’azione, ben cosciente che la pressocché certa immolazione dell’amico avrebbe accelerato il crollo del Regno delle Due Sicilie e quindi l’unificazione forzata dell’Italia, anche se sapeva che ciò avrebbe reso per lungo tempo impossibile l’obiettivo dichiarato di Pisacane, ossia l’emancipazione dei ceti subalterni.

Così, paradossalmente, il sacrificio del napoletano contribuì alla nascita di ciò che aborriva, ossia lo stato borghese italiano sotto guida sabauda, centralista, autoritario e sostanzialmente antipopolare, dove le oligarchie accrescono la loro prepotenza e il popolo, soprattutto quello del Sud, ha sempre meno voce. È la “nuova catastrofe”, che egli aborriva. Tre anni dopo, un altro “democratico”, ben diversamente favorito dalla sorte, avrebbe portato a termine il lavoro a tutto vantaggio dei moderati antipopolari: Giuseppe Garibaldi, il quale verserà poi le prevedibili lacrime di coccodrillo di fronte all’odio di coloro che erano stati da lui sottratti al “giogo di un dispotismo che almeno non li condannava all’inedia”, per poi essere rigettati “sotto un dispotismo più schifoso assai, più degradante, e che li spinge a morir di fame”; e imprecherà contro “la disprezzabile genìa che disgraziatamente regge l’Italia”.

La famosa frase di Nello Rosselli, secondo cui su Pisacane, come su pietra gettata nel fondo del torrente dal viandante e scomparsa nel gorgo, si è posato “uno dei piloni granitici dell’edificio italiano”, tradisce la fretta di arruolarlo tra i padri della patria, lasciando però un grande dubbio su ciò che avrebbe potuto dire anni dopo, se non avesse perduto la vita a Sanza in modo precoce e tragico; sulle emozioni che avrebbero suscitato in lui la dittatura in nome di Vittorio Emanuele, l’umiliazione sabauda dei garibaldini, la grande insorgenza antipiemontese e la conseguente spietata repressione, la colonizzazione del Sud e l’espansionismo coloniale africano, fino alla trasformazione, qualche anno dopo, del sodale Giovanni Nicotera in feroce repressore di proteste popolari.

Il fatto che Carlo Pisacane si sia immolato impone a tutti rispetto. Ma va detto che i grandi distruttori sono sempre serviti e sempre serviranno alla borghesia per edificare il suo nuovo “ordine”, sempre più invasivo e opprimente. Dato per scontato che egli fosse realmente interessato al bene del popolo, come militare avrebbe dovuto avere più lungimiranza. Ma forse l’origine di questa miopia strategica sta in quella straripante energia interiore che, “disgraziatamente”, “domina pensieri e azioni”.

Che i nuovi padroni, ieri come oggi, hanno astutamente piegato ai loro scopi.

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