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Harmont & Blaine, 32 licenziamenti a Caivano: quando la “razionalizzazione” colpisce sempre il Sud

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Non è soltanto una storia di crisi. È una storia di scelte. E, ancora una volta, le scelte in questo Paese sembrano cadere sempre nello stesso punto.Harmont & Blaine ha aperto una procedura di licenziamento collettivo che coinvolge 32 lavoratori. Una sola sede interessata: quella di Caivano. Non Milano, non l’area commerciale, non i punti vendita. Solo il Sud. Solo la fabbrica. Un dato che, da solo, fotografa già molto del meccanismo in atto.La narrazione ufficiale è nota: crisi globale, mercato dell’abbigliamento in sofferenza, aumento dei costi energetici, difficoltà logistiche, concorrenza del fast fashion, consumatori più cauti nella spesa. Tutti elementi reali. Ma non sufficienti a spiegare tutto.Se la crisi è generale, perché a pagare è sempre lo stesso territorio? Perché quando si parla di “razionalizzazione”, “efficientamento” o “snellimento”, gli interventi non riguardano mai i centri decisionali, ma ricadono sistematicamente sulle realtà produttive più periferiche?Dai documenti aziendali emerge con chiarezza che non si tratta di una chiusura per insolvenza. L’azienda non sta cessando l’attività: sta cambiando modello. Meno produzione interna, più sourcing esterno. Meno struttura industriale, più organizzazione finanziaria e digitale. Un assetto più leggero, più flessibile, orientato alla riduzione dei costi fissi.Tradotto in termini concreti: meno produzione al Sud, più margine operativo.Caivano non viene descritta come improduttiva. Piuttosto, appare incompatibile con il nuovo modello di business. Non perché non funzioni, ma perché rappresenta un segmento produttivo che comporta rigidità e costi strutturali non più ritenuti strategici.A questo punto il tema non è più solo aziendale, ma politico. Quando un sistema economico decide di alleggerirsi, raramente lo fa dove il potere è concentrato. Più spesso interviene dove il territorio è fragile, dove le alternative occupazionali sono scarse e dove la protesta ha un impatto mediatico limitato.Non è soltanto libero mercato: è una geografia del sacrificio. Il Nord ottimizza, il Sud assorbe l’impatto.Le istituzioni, come spesso accade, intervengono a decisioni già formalizzate. Si aprono tavoli, si attivano procedure, si parla di ammortizzatori sociali. Strumenti necessari, ma che gestiscono le conseguenze senza entrare nel merito del modello industriale.“Inevitabile” è la parola che circola più facilmente. Ma inevitabile non coincide sempre con giusto. Spesso coincide con conveniente, per chi prende le decisioni.La vicenda non riguarda solo 32 lavoratori. Riguarda un’idea di Paese in cui il Sud continua a rappresentare la valvola di sfogo delle ristrutturazioni. Un territorio dove il sacrificio diventa prassi e dove il ridimensionamento industriale viene raccontato come fatalità.Il Sud non fallisce: viene progressivamente scaricato.Finché queste dinamiche verranno descritte esclusivamente come effetti di una crisi astratta e senza responsabili, continueranno a ripetersi. Con altri nomi, altre aziende, altri territori. Ma con gli stessi esiti.Non è soltanto una crisi. È una scelta. E le scelte, prima o poi, vanno guardate in faccia.

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