di Giuseppe Giunto
«Bisognerebbe che tutte le Potenze belligeranti, nella Dichiarazione di guerra, riconoscessero reciprocamente il principio di neutralità dei combattenti feriti per tutto il tempo della loro cura e che adottassero rispettivamente quello dell’aumento illimitato del personale sanitario durante tutto il tempo della guerra» (F. Palasciano)
C’è un filo invisibile, ma robustissimo, che unisce i moderni scenari di guerra – dove i volontari della Croce Rossa rischiano la vita per assistere i civili sotto l’alto patronato delle massime istituzioni – alle aule di un tribunale militare della Napoli borbonica del 1848. Quel filo si chiama Ferdinando Palasciano. E la sua storia, a distanza di oltre un secolo, grida ancora vendetta contro l’ingratitudine della memoria storica e della politica del nostro Paese.Quando oggi celebriamo la neutralità del soccorso sanitario nei conflitti, dimentichiamo che questo principio non è nato nei salotti diplomatici di Ginevra, ma nel fango e nel sangue della rivolta di Messina. Lì, un giovane medico di Capua con quattro lauree in tasca e un futuro radioso davanti a sé, decise che la coscienza valeva più del codice militare. Curò i nemici. Curò i ribelli che sparavano contro il suo stesso re.”La mia missione di medico è troppo più sacra del dovere del soldato”. In questa frase, pronunciata davanti a una corte marziale che lo voleva morto, Palasciano non stava solo difendendo la propria vita: stava inventando il concetto moderno di aiuto umanitario. Stava dicendo al mondo che il corpo di un ferito non ha divisa, non ha patria e non ha colpe.La storia ha voluto che Palasciano scampasse al patibolo grazie al cinico sarcasmo di Ferdinando II (“Chillo è così piccirillo…”), permettendogli di formalizzare il suo pensiero nel 1861 davanti all’Accademia Pontaniana, anticipando di anni le convenzioni internazionali. Ma la vera ferita, quella che non si è mai rimarginata, non gliela inflissero i Borbone, bensì l’Italia unita.Nel 1864, quando la Svizzera chiamò a raccolta le nazioni per fondare quella che sarebbe diventata la Croce Rossa, il neonato governo italiano compì un torto imperdonabile: lasciò a casa Palasciano. Il padre spirituale di quell’idea venne ignorato dalla diplomazia sabauda, che gli preferì burocrati di regime. Un’epurazione intellettuale che privò il medico del giusto riconoscimento globale, consegnando la gloria eterna al pur meritevole Henry Dunant.Nonostante l’ostracismo, Palasciano non si è mai arreso, continuando a servire la collettività da deputato, senatore e assessore a Napoli, spendendosi per i più deboli fino alla sua morte nel 1891. Oggi le sue collezioni e i suoi libri riposano nei musei di Napoli e Capua, ma la sua eredità morale appartiene al mondo intero.L’articolo di giornale che oggi leggete non è solo una cronaca del passato, ma un atto di giustizia tardivo. Ricordare Ferdinando Palasciano significa restituire il primato dell’umanità sulla barbarie e riconoscere che, se oggi un medico può curare un ferito in guerra senza essere fucilato, lo dobbiamo alla magnifica, ostinata disubbidienza di un grande Napoletano.














