Rubrica “L’Indipendente” – di Stefano BouchéC’è un momento dell’anno, forse due, in cui i meridionali tornano davvero a casa. È la Pasqua. Non è solo una festa religiosa ma un richiamo profondo alla famiglia, alle tradizioni, alla propria Terra. È il momento in cui chi è stato costretto a partire torna almeno per qualche giorno a respirare la propria identità.Stazioni piene, voli sold out, biglietti sempre più cari. Eppure nessuno rinuncia. Perché tornare al Sud significa ritrovare sé stessi. Significa ritrovare gli abbracci veri, i pranzi lunghi, le risate di un tempo, la semplicità delle cose autentiche. Significa sentirsi di nuovo parte di una comunità.Ma insieme alla gioia c’è anche l’amarezza. Quella di chi sa che è dovuto partire per lavorare. Quella di chi sa che la propria Terra avrebbe potuto offrire di più se fosse stata trattata con lo stesso rispetto di altre parti del Paese.Il Sud continua a formare giovani preparati, pieni di talento, pieni di voglia di fare. E troppo spesso li vede partire. Non per scelta ma per necessità. Una ferita che dura da generazioni.Eppure chi parte non perde mai l’orgoglio. Resta quella dignità meridionale fatta di storia, di radici, di senso di appartenenza. Quasi un carattere antico ereditato da una civiltà che aveva orgoglio e visione e che ancora oggi vive nella mentalità della sua gente.Poi arriva il momento più difficile. Quello della partenza. Le valigie di nuovo pronte, il viaggio di ritorno verso il Nord o verso l’estero. Il cuore che resta qui mentre il lavoro è altrove.La Pasqua al Sud diventa così qualcosa di più di una festa. Diventa il simbolo della resistenza di un popolo che non ha mai smesso di credere nella propria Terra. Un popolo che non chiede favori ma diritti. Non chiede assistenza ma opportunità.E forse il significato più vero di questi giorni è proprio questo. Non solo tornare. Ma continuare a credere che un giorno si potrà restare.












