Rubrica l’Indipendentista a cura di Giuseppe GIunto
Durante il periodo napoleonico nel Regno di Napoli, il sistema sanitario delle comunità rurali vive una fase di profonda trasformazione. Le riforme amministrative, le difficoltà economiche, le occupazioni militari e la crescente richiesta di assistenza da parte delle popolazioni povere generano tensioni, suppliche, ricorsi e contrasti tra medici, sindaci, decurioni e intendenti provinciali.
I documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli – Intendenza Borbonica, Spese Comunali – offrono uno spaccato vivido di queste dinamiche. Attraverso le vicende dei medici Palmese, Venditti, Siciliani, Terracciano e del cerusico Luigi Ricci, è possibile ricostruire la storia sanitaria della comunità di Pomigliano d’Arco tra il 1797 e il 1817.
Il 19 maggio del 1810 il Ministro dell’Interno trasmette all’Intendente di Napoli il ricorso dei tre medici condottati di Pomigliano d’Arco: Pascale Palmese, Camillo Venditti e Francesco Siciliani.
Questi denunciano che, nonostante abbiano servito per anni una popolazione di quasi cinquemila abitanti, la loro pensione annua di 70 ducati è stata sospesa nel budget comunale del 1810. La sospensione, scrivono, li costringe a interrompere l’assistenza medica, lasciando la popolazione “languente” e priva di cure adeguate.
Il ricorso è certificato dal notaio Pasquale Pipola, che attesta l’autenticità delle firme. La risposta dell’amministrazione non si fa attendere, il 7 luglio 1810 il Sottintendente del Distretto di Casoria propone una riduzione: non più 70 ducati, ma di 40 ducati annui.
Questa vicenda mostra chiaramente le tensioni tra le necessità della pubblica amministrazione e le risorse economiche disponibili, in un contesto in cui la medicina condottata rappresenta l’unico presidio sanitario per le classi povere.
Nel 1811 emerge un’altra figura: Luigi Ricci, cerusico della comunità. Ricci scrive all’Intendente di Napoli lamentando di aver curato “una quantità di poveri” senza ricevere alcun compenso, poiché i pazienti erano “impossibilitati” nel pagare.
Il Sottintendente De Martino, il 27 dicembre 1811, conferma che il fondo della pubblica beneficenza è ormai esaurito e propone di “liberarsi dalle impreviste mercede”.
La situazione evidenzia come la povertà endemica della popolazione rende impossibile un sistema sanitario basato esclusivamente sul pagamento diretto delle cure.
Il 6 febbraio 1816 il Sottintendente di Casoria trasmette all’Intendente Filangieri un rapporto del sindaco di Pomigliano d’Arco. Il sindaco descrive una comunità di circa 6000 abitanti, numerosa e indigente, dove “molti individui soggiacciono alle lunghe malattie, non avendo i mezzi per pagare un medico”. Propone quindi la nomina del Dr Francesco Siciliani, lodato per il suo talento, moralità e per i servizi prestati gratuitamente, inclusa la compilazione di certificati di salute e per i passaporti.
Questo documento rappresenta un raro esempio di sensibilità sociale da parte dell’amministrazione locale, che riconosce la necessità di un medico stipendiato per garantire la sopravvivenza dei più poveri.
Nel 1817 il Dr. Camillo Venditti, napoletano, presenta una supplica all’Intendenza. Racconta di essere stato nominato nel 1797 come primo medico, con una paga di 60 ducati annui, in sostituzione del defunto Antonio de Falco. Per vent’anni ha esercitato la professione, ma nel 1809, a causa delle occupazioni militari, le condotte mediche comunali furono proibite. Nonostante ciò continua a curare la popolazione senza compenso, ma nel 1817 scopre che un altro medico, non eletto tramite Parlamento pubblico, ha ottenuto una condotta di 80 ducati annui dal sindaco.
Il 10 giugno 1817 l’Intendente respinge le pretese di Venditti:
la vecchia disposizione parlamentaria non ha più valore giuridico;
la nomina spetta al Decurionato, che ha già scelto Siciliani, in base alla legge del 12 dicembre 1816.
La vicenda rivela l’evoluzione delle norme amministrative e la crescente istituzionalizzazione delle nomine mediche.
Nel luglio 1817 l’Intendente chiede chiarimenti sulla qualifica del chirurgo condottato Camillo Terracciano. Il sindaco risponde che Terracciano ha esercitato“da molti anni con licenza”, ma la nuova legge lo obbliga a laurearsi. A causa della miseria, ha impiegato tempo per raccogliere il denaro necessario, ma ha sostenuto l’esame e attende la laurea.
Il 17 settembre 1817 la Commissione della Pubblica Istruzione conferma che Terracciano è stato approvato dalla Facoltà Medica della Regia Università.














