Rubrica l’indipendentista a cura Di GIuseppe Giunto
Nel dibattito contemporaneo sul dissesto idrogeologico, il cambiamento climatico e le tragedie che hanno colpito l’Italia negli ultimi anni – basti pensare alle due sciagure di Casamicciola, a Ischia – emerge con forza una verità spesso dimenticata: questi problemi non sono nuovi. Le piogge torrenziali, gli allagamenti, le frane di fango e detriti che precipitano dai rilievi non sono calamità nate oggi. Eppure, mentre il presente mostra fragilità e ritardi, la storia racconta un capitolo sorprendente: il Governo Borbonico fu tra i primi in Europa a studiare e realizzare un sistema organico di difesa del territorio, anticipando di decenni le politiche che il resto d’Italia avrebbe adottato solo molto più tardi. L’aumento delle piogge e l’intensificarsi degli allagamenti sono oggi attribuiti al cambiamento climatico. Ma già nell’Ottocento le popolazioni del Regno delle Due Sicilie vivevano sotto la minaccia delle “lave”: non colate di magma, bensì frane di fango, rocce e detriti, rapide e devastanti quanto fiumi di lava. Il disboscamento, praticato per ricavare terreni agricoli, aveva indebolito i fianchi del Monte Somma-Vesuvio, favorendo l’impaludamento delle zone orientali di Napoli. Le paludi sottraevano terre alla coltivazione, impoverivano le comunità e diffondevano la malaria.
Le alluvioni erano una calamità ricorrente: distruggevano campi, case, strade, e mettevano in ginocchio intere comunità rurali. I Borbone non ignorarono il problema.
A metà Ottocento il Regno delle Due Sicilie avviò un progetto di portata straordinaria, affidato all’ingegnere Carlo Afan de Rivera, direttore generale del Corpo di Ponti e Strade, Acque, Foreste e Caccia. Nel 1855 nacque il grande piano di bonifica e difesa idraulica dei territori vesuviani: la costruzione delle briglie.
Ma Cosa erano le briglie ?
Imponenti opere in pietra lavica, alte fino a 15 metri e larghe 20, costruite nei punti di maggiore pendenza per: trattenere fango, acqua e detriti; rallentare la corsa dei torrenti; proteggere le sponde dall’erosione; correggere la pendenza dei valloni; impedire che le frane raggiungessero i centri abitati.
Il progetto prevedeva anche: rimboschimento delle pendici del Vesuvio; bonifica delle paludi; protezione dei letti dei torrenti con catene e briglie di fondo; creazione di vasche di colmata e di assorbimento.
Furono costruite circa 50 briglie, di cui 13 nel territorio di Torre del Greco. Alcune vasche raccoglievano le acque e le “ripulivano” dai detriti; altre erano destinate ad assorbire completamente i torrenti, impedendo che raggiungessero il mare. Per garantire il funzionamento del sistema, fu istituita una figura professionale innovativa: il Sorvegliante Idraulico, incaricato di percorrere quotidianamente i sentieri del Vesuvio, controllare le briglie, segnalare danni, coordinare la manutenzione. Una presenza costante, capillare, competente: ciò che oggi definiremmo “monitoraggio del territorio”. Dopo l’Unità d’Italia, il progetto borbonico fu completato solo nel 1912 dall’ingegnere del Genio Civile Carlo Simonetti, che portò a termine la visione originaria. Ma con il tempo, tra: urbanizzazione disordinata, cementificazione aggressiva, mancanza di manutenzione, abolizione delle figure di controllo territoriale,
le briglie caddero in disuso. Molte furono coperte da strade, altre inglobate nell’espansione edilizia. La figura del Sorvegliante Idraulico scomparve con l’istituzione delle Regioni. Si preferì il cemento armato alla pietra lavica locale, interventi sporadici invece di una vigilanza continua.
Oggi restano tracce delle briglie borboniche a Pollena Trocchia, Somma Vesuviana e in pochi altri luoghi: testimonianze di un passato in cui la prevenzione era considerata parte integrante del buon governo.
Il Regno delle Due Sicilie, spesso liquidato con superficialità, fu in realtà all’avanguardia nella gestione del territorio. Le briglie borboniche rappresentano un esempio di ingegneria idraulica moderna, pensata per convivere con un ambiente difficile e imprevedibile.
Oggi, di fronte a un clima che cambia e a tragedie che si ripetono, la lezione è chiara:
la prevenzione non è un costo, ma un investimento. La manutenzione non è un optional, ma una necessità. La storia non è un ricordo, ma un avvertimento.
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