Rubrica l’Indipendentista a cura Di Stefano Bouché
Ogni anno, puntuale come un orologio rotto che segna sempre la stessa ora, il primo giorno dell’anno porta con sé non solo il bilancio dei botti, ma anche quello del pregiudizio. Un copione già scritto, che si ripete identico, con Napoli nel ruolo assegnato a prescindere: la città dell’inciviltà, dei fuochi “fuori controllo”, del caos elevato a tratto antropologico.
I numeri, però, raccontano una storia meno comoda e molto più universale. A Napoli si contano una trentina di feriti, nessuno in gravi condizioni. A Roma i feriti sono altrettanti, ma il bilancio è ben più pesante: un morto, due ragazzi che hanno perso le mani, oltre 250 interventi dei vigili del fuoco. A Milano si registrano diversi incendi. Eppure, basta un solo incendio su un terrazzino al Vomero perché sotto un articolo de Il Mattino si scateni una valanga di commenti razzisti, offensivi, ripetitivi, come se l’evento fosse la conferma definitiva di una colpa collettiva.
Non è nemmeno una novità. Lo scorso anno i feriti in Italia furono circa 300, di cui appena 30 a Napoli. Gli interventi dei vigili del fuoco furono 142 in Lombardia, mentre la Campania risultò solo quinta, dopo Emilia-Romagna, Veneto e Trentino. In Germania, quest’anno, i morti per i fuochi pirotecnici sono stati cinque. In Svizzera, cinquanta persone hanno perso la vita nella tragedia di un bar, per l’uso incauto di bottiglie con candele accese. Episodi drammatici, su cui nessuna persona sana di mente si sognerebbe di costruire narrazioni razziste o geograficamente mirate.
Sia chiaro: denunciare i rischi dei botti è doveroso. Per la sicurezza delle persone, per la tutela degli animali, per l’ambiente. Ma è altrettanto vero che, negli anni, molte persone hanno imparato a usare fuochi meno pericolosi e oggettivamente spettacolari. Le immagini che stanno facendo il giro del mondo lo dimostrano, e non è un mistero che molti turisti vengano a Napoli anche per questo, per un Capodanno che resta unico, emozionale, fuori dagli schemi.
Il punto, allora, non è la sicurezza. Il punto è il riflesso condizionato. Quel luogo comune che, a ogni 31 dicembre, diventa razzismo mediatico: giornalisti padani o para-padani, politicanti armati di telecamerine, comici falliti e opinionisti improvvisati che riesumano le stesse battute sulle “dita saltate a Napoli”, sui “solo a Napoli”, sui “napoletani incivili”. Dimenticando – o fingendo di dimenticare – che quelle dita, senza essere volgari, potrebbero tranquillamente puntare anche su milanesi, romani, tedeschi e su decine di altre città nel mondo. Perché i fuochi non si sparano solo da queste parti.
Forse, almeno a Capodanno, sarebbe il caso di fermarsi un attimo. Di spegnere il pregiudizio prima ancora dei botti. E di lasciare a Napoli il diritto di festeggiare senza essere, ancora una volta, il bersaglio comodo di un razzismo travestito da cronaca.
Le nostre feste restano straordinarie. E non sarà qualche titolo o qualche commento carico d’odio a cambiarlo.















