Home Politica Autonomia Napolitana LE RAGIONI DEL MEZZOGIORNO: L’interpellanza del conte Ranieri (seconda parte) di...
- Politica
- Autonomia Napolitana
- Rubriche settimanali
- Il Mezzogiorno dopo L'Unità
- Cultura
- Storia
- Uncategorized
- Controcorrente
- Verità Storiche
LE RAGIONI DEL MEZZOGIORNO: L’interpellanza del conte Ranieri (seconda parte) di Enrico Fagnano
Ecco come continua l’interpellanza sui problemi del Mezzogiorno dopo l’Unità pubblicata l’11 dicembre 1861 dal conte Antonio Ranieri: ‘E l’istruzione pubblica? Il gran Dio aveva posto nelle Due Sicilie il grande e inosservato rimedio d’un tradizionale libero insegnamento e tutte le tirannie, anche quella dei Borbone, si rompono contro le tradizioni (negli scritti del politico napoletano emerge spesso la sua profonda ostilità nei confronti della dinastia spodestata). Nelle Due Sicilie erano migliaia di onesti e valenti uomini, che, senza fatuità di esami e di lauree, assisi in umili sgabelli, insegnavano (dalle più dimesse sino alle più sublimi discipline) quel che appena ho udito insegnare nelle più perfette scuole primarie o secondarie, e nelle più nobili cattedre di tutta Europa. E tutti, senza strepito o appariscenza alcuna, formavano il perenne semenzaio di quegli innumerevoli professori, di cui l’Italia Meridionale ha popolato da tempo l’Europa intera. La politica annessionista non si è curata di studiare questi fatti, che pure appartengono alla storia. Essa ha negato la scienza nella terra della scienza: nella terra dove il Sommo Iddio ha voluto che la face della scienza fosse inestinguibile. E salvo ai pochissimi ch’essa immagina abbiano avuto l’opportunità di studiare altrove, ci ha concesso, a noi tutti, una patente d’ignoranza!
Signori! Questa patente immaginaria ha partorito frutti amarissimi per le nostre province. Come spieghereste, o signori, senza questa chiave, l’assenza relativa di tutti gli Italiani del Mezzodì da tutti gli uffizi alti ed operosi dello Stato? Come spieghereste i giovanissimi, per non dire i fanciulli, delle antiche province preferiti agli uomini gravi delle nuove? Percorrete, o signori, tutta la serie degli uomini che stanno per qualche cosa nella gestione degli affari d’Italia. Vedete quanti e quali sono i Napoletani! Quanti e quali i Siciliani! La Gazzetta Ufficiale è là; e l’aritmetica è una scienza!
Questo è il fatto generale che io ho affermato ed affermo. Gli Italiani del Mezzogiorno non hanno la loro parte relativa, non hanno (se non vogliamo negare la luce del giorno) nessuna parte nella gestione intrinseca ed estrinseca delle cose d’Italia. E obbiettivamente, in relazione alle nostre province ed al mondo intero, questo male è assai più grave di quel che forse non si crede. Perché quelle province, non sentendosi aver parte nella gestione della cosa comune, si credono lese e umiliate e non si avvezzano al gran sentimento dell’unità; ed il mondo intero, vedendo la metà degli Italiani riuniti quasi del tutto esclusi dal governo di se stessi, perde fede nella riunione dei pochi altri.
Ma che altro mai potrebbe seguire la politica annessionista in tutte le comunità in cui il suo esiziale principio l’ha tratta? Esso l’ha tratta a voler, per così dire, annettere perfino la lingua italiana. E nella furiosa attuazione di sé medesimo, il principio annessionista ha preteso che in quella celebrata Umile Italia, che non fu seconda alla stessa Toscana nello scaturire il più puro e sacro latte italiano, suonassero di viva e ufficiale forza gli scorci e gli idiomatismi di una regione che, per essere ineffabilmente meritoria in tante altre parti verso l’Italia, non aveva mai, nella sua nobilissima modestia, aspirato al premio della lingua.’
Nella puntata precedente abbiamo visto come il conte Ranieri descriva il furore irrazionale con il quale il Piemonte volle estendere al Mezzogiorno le sue leggi. In questi ultimi passaggi, invece, ci dice come lo stesso abbia voluto anche occupare con propri uomini i ruoli apicali delle pubbliche amministrazioni, preferendo ‘agli uomini gravi’ (ovvero esperti e preparati) delle province annesse i suoi giovani (anzi addirittura giovanissimi) funzionari. Dalla interpellanza del dicembre 1861 emerge, quindi, la volontà dello Stato vincitore di ridisegnare l’Italia a propria immagine, ovvero di piemontesizzarla (come si disse all’epoca), imponendo perfino (come emerge dall’ultimo passo riportato) le proprie formule e il proprio linguaggio nella burocrazia della nuova nazione. Tutto questo fu alla base del disordine e del malgoverno che caratterizzarono l’Italia unita sin dalla sua nascita e le cui tragiche conseguenze si riverberano ancora oggi nella nostra pubblica amministrazione. Il fenomeno all’epoca prese il nome di Piemontesismo e tra i primi ad occuparsene in maniera organica fu Pasquale Villari nel saggio ‘Di chi è la colpa?’, scritto nel 1866. Lo storico napoletano (riecheggiando quanto detto già da Antonio Ranieri) scrive: ‘Ma come mai si commisero tanti errori? Di chi è la colpa? La colpa è del sistema che ci ha governati finora (s’intende dal 1860). Sono le consorterie, le malve, il piemontesismo, sono gli uomini che hanno sempre tenuto il mestolo in mano, e sempre a danno del paese. Ora finalmente si vede chiaro dove ci hanno condotti.’
Sono parole durissime, che inchiodano i politici dell’epoca alle loro responsabilità, ma potrebbero essere ripetute, addirittura senza cambiare neanche una virgola, anche per la classe dirigente di oggi.
Sul Piemontesismo sarà necessario tornare per comprenderne la reale estensione e per comprendere la portata dei danni (incomparabili e purtroppo anche irreparabili) prodotti dallo stesso. A questo fenomeno, nel mio piccolo, io ho dedicato un libro (ovviamente disponibile nella libreria del caffè letterario L’Identitario), nel quale ho raccolto decine di testimonianze di politici, storici e giornalisti dell’epoca e nel quale riporto anche i principali passi del testo di Pasquale Villari.
Il conte Ranieri nella sua interpellanza, come abbiamo visto, ci dice che i Meridionali in quel momento erano esclusi dai ruoli di vertice della pubblica amministrazione, riservati dai Piemontesi ai propri uomini. Da questo ripartiremo nella prossima puntata, nella quale termineremo l’analisi del coraggioso testo del politico napoletano.
QUARTA PUNTATA. I libri di Enrico Fagnano IL SUD DOPO L’UNITÀ, IL PIEMONTESISMO e I POETI DELLA NOTTE sono disponibili presso la libreria del caffè letterario ‘L’Identitario’ in Via Lucrezia d’Alagno 28, Napoli (adiacenze Archivio di Stato).








