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Ted Maligno, presenta “La storia dell’Itaglia vista da uno squinternato. Napoli non ha mai smesso di essere una capitale”

L'autore de “La storia dell’Itaglia vista da uno squinternato”, racconta il suo rapporto con l’Unità d’Italia, la memoria del Regno delle Due Sicilie. Una riflessione senza mezzi termini sulla questione meridionale, tra orgoglio identitario, critica alla politica nazionale e desiderio di riscatto.

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Napoli non ha mai smesso di essere una capitale. Nonostante la perdita del suo ruolo politico nel 1861, nonostante le trasformazioni economiche e sociali che hanno attraversato il Mezzogiorno, nonostante oltre un secolo e mezzo di questione meridionale. È questa una delle convinzioni più profonde di Ted Maligno, all’anagrafe Giuda Taddeo Maligno, scrittore napoletano che attraverso il suo libro La storia dell’Itaglia vista da uno squinternato propone una lettura fortemente critica della storia nazionale e delle conseguenze dell’unificazione italiana.

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Un titolo provocatorio, che non nasce dalla volontà di stupire il lettore, ma da un sentimento di profonda insofferenza verso uno Stato che, secondo l’autore, non avrebbe mai riconosciuto pienamente il valore e la dignità delle popolazioni meridionali. Maligno non nasconde le proprie posizioni, anzi le rivendica con decisione. Nelle sue riflessioni emergono il legame con la storia del Regno delle Due Sicilie, l’ammirazione per il movimento neoborbonico e la convinzione che il Mezzogiorno debba recuperare una coscienza collettiva per tornare protagonista del proprio destino.

Lo abbiamo intervistato per approfondire le ragioni del suo libro, il significato dell’identità napoletana e le prospettive future del Sud.

«L’Italia è una nazione che non ci ha mai amati»

Ted, partiamo dal tuo libro, La storia dell’Italia vista da uno squinternato. Da dove nasce un titolo così provocatorio e perché hai deciso di raccontare la storia italiana attraverso questa prospettiva?
«Il titolo nasce dal fatto che faccio fatica persino a pronunciare la parola Italia. È più forte di me. Non riesco ad accettare una nazione che, dal mio punto di vista, non ci ha mai amati, ma ci ha sempre sfruttati. È un sentimento che porto dentro e che non riesco a nascondere».

La critica dello scrittore di questo libro non si limita alle conseguenze dell’unificazione, ma investe le fondamenta stesse dello Stato italiano.

«Ritengo che questa nazione si sia costruita su tre principi profondamente sbagliati: le bugie storiche, la corruzione e la collusione mafiosa. Prima esisteva certamente la criminalità, ma secondo me con il passare del tempo si sono sviluppate forme di organizzazione e rapporti con il potere che hanno aggravato la situazione».

Si tratta di un giudizio politico e storico particolarmente severo, che riflette il punto di vista dell’autore e la sua volontà di contestare quella che considera la narrazione dominante del Risorgimento.

Il libro nasce dunque da un’esigenza personale: mettere in discussione alcune interpretazioni della storia nazionale e invitare il lettore a interrogarsi sulle origini delle disuguaglianze territoriali.

Il Regno delle Due Sicilie e l’emigrazione: «Prima dell’Unità non partivamo come dopo»

Il 1861 rappresenta una svolta nella storia del Mezzogiorno. Qual è il tuo giudizio sulla fine del Regno delle Due Sicilie e sulle conseguenze dell’unificazione per le popolazioni meridionali?

«Bisogna innanzitutto comprendere che cosa rappresentasse il Regno delle Due Sicilie. Francesco II era un sovrano molto vicino al suo popolo, un re che, nella mia interpretazione, aveva una sensibilità sociale particolarmente forte. Un sovrano amato dal popolo poteva rappresentare un problema per determinati interessi politici ed economici dell’epoca».
Maligno individua nella caduta della monarchia borbonica un passaggio decisivo per comprendere le successive trasformazioni del Mezzogiorno. Il ragionamento si sposta quindi su uno dei fenomeni che più profondamente hanno segnato la storia delle regioni meridionali: l’emigrazione.

«Prima dell’Unità non conoscevamo l’emigrazione nelle dimensioni che avrebbe assunto successivamente. Dopo l’unificazione abbiamo cominciato a emigrare in massa. Questo è un elemento sul quale bisognerebbe riflettere molto più seriamente».
L’affermazione richiama una questione storica complessa. Le migrazioni esistevano anche prima del 1861, ma è soprattutto nei decenni successivi all’unificazione che il Mezzogiorno fu interessato da grandi flussi migratori, destinati a trasformare profondamente la sua struttura demografica e sociale.

Per Maligno, questo fenomeno rappresenta uno dei simboli più evidenti della frattura tra le aspettative legate all’unificazione nazionale e le condizioni materiali vissute da una parte significativa della popolazione meridionale.

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«Napoli è sempre stata capitale, anche dopo il 1861»

Napoli è stata per secoli una delle grandi capitali europee. Quanto ha pesato la perdita del ruolo di capitale sulla nostra identità e quanto sarebbe importante recuperare quella memoria storica?

La risposta dello scrittore è immediata e non lascia spazio a dubbi. «Napoli non ha mai smesso di essere capitale. Lo è sempre stata, anche dopo l’Unità d’Italia. Nonostante tutto quello che è successo, Napoli ha continuato a essere una capitale in tutto e per tutto».
Per Maligno, la dimensione di una capitale non può essere misurata esclusivamente attraverso le sue istituzioni politiche. Esiste infatti una centralità culturale, artistica e sociale che sopravvive ai cambiamenti della storia.

«Basta guardare ai grandi autori che Napoli ha espresso, a persone come Eduardo De Filippo, che hanno saputo raccontare questa città e la sua gente. Napoli ha continuato a vivere e a esprimere la propria grandezza».

Una riflessione che restituisce una distinzione fondamentale: se Napoli ha perso nel 1861 il proprio ruolo di capitale politica, non ha necessariamente smarrito quello di capitale culturale.
La letteratura, il teatro, la musica, la lingua napoletana e la capacità di esprimere un’identità riconoscibile ben oltre i confini regionali rappresentano, nella visione dello scrittore, gli elementi di una continuità storica mai realmente interrotta.

Eppure, secondo Maligno, ancora oggi Napoli e il Mezzogiorno devono fare i conti con ostacoli che ne limiterebbero le potenzialità.
«Oggi viviamo una situazione che considero tragica. Ogni volta che Napoli prova a fare qualcosa di importante, sembra che ci siano sempre difficoltà e ostacoli. E questo riguarda anche il mondo dello sport».

L’autore cita il caso della SSC Napoli e del suo presidente Aurelio De Laurentiis, sostenendo che la società calcistica non riceverebbe dalle istituzioni un sostegno adeguato rispetto al ruolo e all’importanza raggiunti.
Il calcio diventa così, nel suo ragionamento, un ulteriore terreno sul quale si manifesta l’orgoglio di una città che vuole affermarsi e rivendicare il proprio valore.

Il movimento neoborbonico e il futuro del Mezzogiorno

A oltre 160 anni dall’Unità d’Italia, il Sud continua a confrontarsi con emigrazione, spopolamento e disuguaglianze territoriali. Il meridionalismo e il movimento neoborbonico possono rappresentare strumenti concreti di riscatto oppure rischiano di rimanere confinati alla nostalgia del passato?

Su questo punto Ted Maligno esprime un apprezzamento convinto per il lavoro svolto dal movimento neoborbonico negli ultimi decenni.

«Il movimento neoborbonico ha fatto e sta facendo veramente tanto. Non ho ancora avuto il piacere di stringere la mano a Gennaro, ma lo farò appena ne avrò l’occasione. Lui e tutte le persone che lo seguono hanno svolto in questi anni un lavoro eccezionale».

L’autore si sofferma soprattutto sul valore della divulgazione storica e sulla necessità di superare i pregiudizi che, a suo giudizio, accompagnano frequentemente il dibattito sul revisionismo risorgimentale.

«Il problema è che oggi basta mettere un’etichetta a qualcuno per pensare di averlo già capito. Ma un’etichetta bisognerebbe leggerla davvero, approfondire quello che dice. Magari si scopre che quel prodotto è migliore di quello che siamo abituati a comprare». Una metafora attraverso la quale lo scrittore invita a non liquidare automaticamente le posizioni neoborboniche come semplici manifestazioni nostalgiche, ma a confrontarsi con le loro argomentazioni. Il discorso diventa poi apertamente politico quando si affronta la strada che il Mezzogiorno dovrebbe percorrere per costruire il proprio futuro.

«Noi oggi viviamo all’interno di questa nazione e non possiamo semplicemente sottrarci a questa realtà. Dobbiamo allora lavorare dall’interno, cercando di cambiare le cose e facendo finalmente gli interessi delle popolazioni meridionali». Per Maligno, la risposta dovrebbe arrivare da una maggiore unità politica e sociale tra i cittadini del Sud, superando le divisioni tradizionali tra destra e sinistra.
«Dobbiamo cominciare a unirci come meridionali. Né la destra né la sinistra, secondo me, hanno fatto abbastanza per il nostro popolo. Dobbiamo trovare la forza di costruire qualcosa che metta finalmente al centro gli interessi del Mezzogiorno».

È questa, probabilmente, la conclusione più significativa dell’intervista: la convinzione che la memoria storica, da sola, non sia sufficiente se non viene accompagnata da un progetto capace di incidere sulle condizioni economiche e sociali del presente.

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