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LE RAGIONI DEL MEZZOGIORNO. Le carceri in Sicilia dopo il 1860. Di Enrico Fagnano

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Anche in Sicilia dopo l’Unità lo stato delle carceri divenne disastroso. A questo proposito riportiamo una testimonianza tratta dal libro ‘I canti popolari siciliani. Studio critico’ (Tipografia del Giornale di Sicilia), pubblicato nel 1868 dal palermitano Giuseppe Pitrè, grande studioso dei costumi e delle tradizioni della sua Terra. Il noto etnologo riporta le parole di un’anziana donna del popolo, che ha avuto il marito rinchiuso a Palermo prima nel carcere della Vicarìa e poi nel nuovo carcere dell’Ucciardone.
Ecco cosa scrive: ‘Quello sì era un carcere, essa mi diceva, nel quale si stava come a casa nostra. Là si figuri: io vedevo ogni giorno quella buon’anima di Turiddo, e non solo vederlo e parlargli, ma anche baciarlo e stringermelo al petto mi era permesso. Io me ne ricorderò sempre di quei giorni che desinavo e stavo insieme con lui. Poi lo condussero in quella nuova prigione laggiubbasso, dove, ora che sono venuti questi Piemontesi, hanno proibito perfino di cantare.’
E questo è il commento dello studioso siciliano alle parole dell’anziana signora: ‘La semplicetta di quella donna non aveva il più gran torto di questo mondo, che, per vero dire, dalle antiche alle presenti prigioni un divario ci corre; quello era un luogo di cattura, questo di pena; là bische, canti e sollazzi per quanto l’animo non sempre quieto si comportasse, qua chi piange, chi sospira e si lamenta, sono ridotti come le anime sante del Purgatorio (queste ultime sono due strofe tratte da un canto popolare dell’epoca). La Vicarìa vecchia era in mezzo alla città fra il rumore degli abitanti, la seconda, l’Ucciardone, è nei pressi del porto, isolata, recinta da bastioni e circondata dal fossato. Come dunque non lamentare cotanta perdita, oggi sovrammodo che si può per leggieri trascorsi capitare in galera?’
Ecco invece cosa dice il deputato Giuseppe Ricciardi in un suo intervento alla Camera nell’aprile del 1863 (riportato da ‘La Campana del popolo’ del 27 aprile): ‘Debbo dirvi ora una parola intorno alle carceri di Palermo che ho visitato minutamente e le quali hanno lasciato nell’animo mio un’impressione dolorosissima. In quelle carceri ho scorto cose degne del medio evo, cioè 1400 detenuti, di cui pochissimi condannati, i più tenuti a disposizione della questura, e non interrogati da tre, da sei, da diciotto mesi! Alcuni tenuti in celle, nelle quali passeggiano come fiere in gabbia e senza lavoro! Altri, tenuti in vastissimi cameroni in numero di 100 e 150 senza un misero pagliericcio, dormono avvolti in mantelli; e lascio immaginare a lor signori che cosa debba avvenire la notte in quei cameroni.
Veniamo agli alimenti. Il pane è siffatto che io non lo augurerei neppure al conte Ugolino; quanto al brodo, se fosse lecito adoperare lo scherzo in materia così dolorosa, direi che il colore di quel brodo non si trova fra i colori dell’iride; è un colore sui generis.
Lo stesso succede, secondo quanto mi è stato affermato, in quasi tutte le carceri della Sicilia, perché io visitai solo Palermo. Signori il malcontento che regna in Sicilia è siffatto, che dovete preoccuparvi gravissimamente.’


TREDICESIMA PUNTATA. I libri di Enrico Fagnano IL SUD DOPO L’UNITÀ, IL PIEMONTESISMO e I POETI DELLA NOTTE sono disponibili presso la libreria del caffè letterario ‘L’Identitario’ in Via Lucrezia d’Alagno 28, Napoli (adiacenze Archivio di Stato).

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