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Sud, la povertà non è un destino: è una scelta politica

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Rubrica “Autonomia Napolitana” a firma di Antonio Russolillo
Nelle prossime settimane su questa pagina affronteremo un tema fondamentale per comprendere davvero il nostro status coloniale: la sperequazione territoriale.

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Prima di tutto, è necessario chiarire di cosa stiamo parlando. La sperequazione è l’iniqua distribuzione delle risorse tra territori diversi.
Una distribuzione diseguale che non è casuale né naturale, ma il risultato di scelte politiche, economiche e amministrative precise. Le sue conseguenze sono evidenti: servizi insufficienti o del tutto assenti, infrastrutture carenti o obsolete, trasporti inadeguati, sanità fragile, scuola impoverita, mancanza di opportunità lavorative. Tutti fattori che, nel tempo, producono e consolidano il sottosviluppo del territorio che ne è bersaglio. La sperequazione territoriale non è quindi solo un problema economico: è un meccanismo di dominio.
Un territorio privato sistematicamente di risorse viene reso dipendente, fragile, ricattabile. È costretto a inseguire, a giustificarsi, a ringraziare per ciò che altrove è considerato un diritto. Questo è uno degli elementi centrali di ogni rapporto coloniale, anche quando la colonia non viene chiamata con il suo nome. Spesso ci viene raccontato che le disuguaglianze territoriali siano frutto di inefficienze locali, di incapacità amministrative o, peggio ancora, di presunti difetti culturali delle popolazioni che abitano quei territori. Questa narrazione serve a scaricare la responsabilità sulle vittime e a occultare il problema reale: un sistema che concentra risorse, investimenti e potere decisionale in alcuni luoghi, lasciando altri in una condizione di perenne arretratezza forzata.

La sperequazione si manifesta in molti modi:
– nei tempi di percorrenza interminabili,
– negli ospedali che chiudono o non hanno personale,
– nelle scuole che cadono a pezzi,
– nei giovani costretti a partire per poter studiare o lavorare,
– nei territori sfruttati per le loro risorse ma mai risarciti,
– nelle emergenze che diventano la normalità.

Tutto questo non è il risultato del caso. È il prodotto di un modello di sviluppo selettivo, che decide chi deve crescere e chi può essere sacrificato. Parlare di sperequazione territoriale significa quindi smascherare una delle fondamenta materiali del colonialismo contemporaneo. Significa rifiutare l’idea che le disuguaglianze siano inevitabili e iniziare a leggerle per quello che sono: scelte politiche che producono gerarchie tra territori e tra persone. Nei prossimi interventi proveremo ad analizzare questo tema più a fondo: come nasce la sperequazione, come si mantiene, chi ne trae beneficio e quali strumenti esistono per contrastarla. Perché senza una lettura chiara delle dinamiche di potere che attraversano i territori, non può esserci né giustizia sociale né reale autodeterminazione.

Comprendere la sperequazione territoriale è un primo passo fondamentale per smettere di accettare come “normale” ciò che normale non è affatto…
Passo ad elencare i temi che affronteremo e di volta in volta indicheremo fonti e suggeriremo letture.
Tengo a dire che accettiamo volentieri suggerimenti per integrarli:

Infrastrutture e trasporti
Alta Velocità ferroviaria: arriva a Salerno e poi praticamente si ferma. Calabria, Sicilia, Basilicata e gran parte della Puglia ne sono escluse.
Manutenzione stradale e ferroviaria: nel Sud si investe meno sia in nuove opere sia nella manutenzione dell’esistente, con effetti su sicurezza e tempi di percorrenza.
-Risultato: mobilità più lenta, costosa e meno competitiva. Scuola e università
-Edilizia scolastica: meno scuole, tante non a norma e meno interventi strutturali.
-Tempo pieno e asili nido: molto meno diffusi al Sud, nonostante un bisogno sociale maggiore.
Università: meno fondi, meno borse di studio, meno ricerca.
-Paradosso ci accusano di essere meno istruiti e poi dove servirebbe più investimento educativo, arriva meno.

Sanità
-Meno posti letto in ospedale, 1/3 nella migliore delle ipotesi.
-meno ospedali
-meno pronto soccorsi
Spesa sanitaria pro capite ordinaria più bassa rispetto al Nord.
Piani di rientro che bloccano assunzioni e investimenti.
Migrazione sanitaria: migliaia di persone costrette a curarsi al Nord.
Risultato Il cosiddetto Sud “paga” due volte: meno servizi e più costi indiretti.

Spesa pubblica storica
Uno dei punti più controversi:
I fondi vengono spesso distribuiti sulla base della spesa storica, non dei fabbisogni reali.
Se in passato un territorio ha ricevuto meno, continuerà a ricevere meno.
Questo meccanismo ha ulteriormente allargato il divario.

Servizi sociali
Assistenza agli anziani, disabili, minori: meno servizi e meno personale.
Comuni più poveri meno capacità di cofinanziamento e quindi meno fondi ottenuti.
Quasi tutti i fondi sono cofinanziati, ciò sigjifica che il finanziamento dell’ente erogatore deve essere integrato con il finanziamento di comuni e regioni.
Se gli enti locali sono poveri, poveri restano.
Le disuguaglianze sociali si amplificano.

Investimenti e politiche industriali
Incentivi spesso a pioggia al Nord, dove le imprese sono già strutturate ed hanno un sistema bancario che li supporta.
Ritardi nell’uso dei fondi europei (non per “incapacità”, ma per mancanza di personale e supporto tecnico). Vedi il caso del Comune di Napoli…
Il Sud viene giudicato “inefficiente”, ma con meno strumenti.

Il nodo politico
Molti economisti e studiosi concordano su un punto:
il Sud è “meno produttivo”, ma perché meno finanziato rispetto ai bisogni.
E questo alimenta un circolo vizioso:
meno investimenti-meno sviluppo-meno entrate -meno servizi.
Entreremo nel dettaglio di tutti i settori sopra elencati e quelli che ci suggerirete (sanità, scuola, trasporti ecc).
Con dati e se disponibili grafici.
Per poi accennare al PNRR, al federalismo fiscale a cazzi loro e all’autonomia differenziata idem e dei partiti a partire dal Pd e dalla lega che hanno proposto ed approvato riforme costituzionali per favorirli.

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