Il 17 marzo 1861 viene ricordato nei libri di storia come il giorno della nascita dello Stato italiano. Ma a ben vedere, questa data non è mai diventata una vera festa popolare nazionale come il 2 giugno. Un dettaglio che, per molti studiosi e per una parte del pensiero meridionalista, non è affatto casuale.Perché se il 2 giugno 1946 rappresenta una “scelta popolare” (anche se pure lí ci sarebbe qualcosa da argomentare), un referendum che sancì la nascita della Repubblica, il 17 marzo 1861 rappresenta invece un processo calato dall’alto, realizzato attraverso campagne militari, annessioni forzate e la fine di Stati preunitari, tra cui il Regno delle Due Sicilie, che all’epoca rappresentava uno degli Stati più importanti della penisola.Dal punto di vista di una rilettura storica identitaria e meridionalista, quella che viene comunemente definita “Unità d’Italia” può essere vista anche come una vera e propria conquista militare del Sud. L’arrivo delle truppe garibaldine (veri e propri foreign fighters ante litteram, foraggiati e legati ad un preciso paese che funge da regista occulto delle operazioni) e poi dell’esercito piemontese segnò infatti la fine di uno Stato sovrano e l’inizio di una fase storica che per molti territori meridionali coincise con un forte ridimensionamento economico, industriale e politico.Il Regno delle Due Sicilie, spesso raccontato in maniera semplicistica come uno Stato arretrato, era una realtà che vantava primati industriali, infrastrutturali e culturali: dalla prima ferrovia italiana Napoli-Portici, alle grandi officine di Pietrarsa, fino a importanti cantieri navali e poli produttivi. Un sistema che, secondo diverse interpretazioni storiche revisioniste, venne progressivamente smantellato dopo il 1861, con il trasferimento di capitali, industrie e centri decisionali verso il Nord.A questo si aggiunse il fenomeno del cosiddetto brigantaggio postunitario, spesso liquidato come semplice banditismo, ma che una parte della storiografia contemporanea rilegge anche come una forma di resistenza civile e militare all’occupazione piemontese. Una vera e propria guerra interna che costò migliaia di morti e che segnò profondamente il rapporto tra lo Stato unitario e il Mezzogiorno.È anche alla luce di queste ferite storiche che molti meridionali continuano a guardare con spirito critico al 17 marzo, considerandolo non tanto una festa, quanto una data su cui riflettere. Forse anche per questo lo Stato italiano stesso ha scelto, nel tempo, di identificare la propria festa nazionale non con la nascita del Regno d’Italia, ma con la nascita della Repubblica.Questo dato racconta molto: l’Italia moderna trova la propria legittimazione più nel 1946 che nel 1861. Più in una scelta democratica che in un processo militare. Più in una nuova identità costituzionale che in una unificazione che, soprattutto al Sud, resta ancora oggi oggetto di acceso dibattito.Rileggere il 17 marzo non significa negare l’Italia, ma comprendere meglio le sue contraddizioni. Significa anche restituire dignità storica ad un Mezzogiorno che troppo spesso ha visto la propria narrazione raccontata esclusivamente dai vincitori.Forse la vera maturità nazionale dovrebbe partire proprio da qui: dal coraggio di studiare senza pregiudizi anche le pagine più scomode della nostra storia, riconoscendo che l’identità italiana non può prescindere dal rispetto e dalla valorizzazione della storia del Sud e del Regno delle Due Sicilie.Perché senza verità storica non può esistere una vera unità. E senza il Sud non può esistere una vera Italia.
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