La devastazione del Sud successiva all’Unità è stata documentata anche da molti autori non vicini al precedente regime. Tra questi c’è l’insigne giurista Roberto Savarese, che fu esule politico e poi deputato nel Parlamento italiano (e che era fratello di Giacomo Savarese, autore del noto libro Le finanze napoletane e le finanze piemontesi dal 1818 al 1860). Il liberale napoletano nella lettera scritta il 13 luglio 1861 a Giovan Pietro Vieusseux, fondatore a Firenze di un prestigioso gabinetto letterario-scientifico (ancora esistente e la cui sede attuale è in palazzo Strozzi), dice: ‘Da Garibaldi in poi si è pensato a distruggere e non già ad edificare. Si è sciolto l’esercito borbonico. Ma, rimandando i soldati a casa, doveano essere lasciati a se stessi senza previdenza e provvidenza alcuna? (addirittura non venne riconosciuta la pensione ai militari che l’avevano maturata) E non era da antivedere che, bisognosi e mancanti di lavoro, si sarebbero rivolti al mestiere di briganti … Né questo è tutto. La gendarmeria è disciolta e il suo ufficio, se non di diritto, di fatto ricade alla guardia nazionale. E ai giudici regi, in virtù della nuova legge amministrativa, vien tolta la polizia del circondario, e trasferita nel sindaco di ciascun comune. Se un branco di collegiali in vacanza veniva a governarci non potea fare maggiori pazzie. La polizia nelle mani dei sindaci e della guardia nazionale dei nostri comuni, quasi tutti divisi in parti, non è altro che la guerra civile, e questo è seguito … Nelle campagne scorrono i briganti. Questo male non è solo nelle province remote, ma si distende fino alle porte di Napoli. In Resina da dove vi scrivo, ch’è a quattro miglia dalla capitale e può considerarsi come uno dei sobborghi di essa, non si vive sicuri … Sdegnano di restaurare e migliorare il vecchio, e volendo rifare a nuovo ogni cosa, riescono sempre a distruggere e mai ad edificare. Così è seguito non solo nelle cose, ma anche nelle persone. Abbiamo mandato via gli impiegati vecchi, ma ancora ci mancano i nuovi. Abbiamo destituito a capriccio per odio di parte, e spesso (cosa vergognosa!) per far posto agli amici … Le nostre istituzioni se ne vanno in fumo. Un mezzo milione di uomini non deve essere condannato a morire d’inedia e a marcire nell’ozio. A questo non è alcuno che pensi. Poco lontano dal luogo ove io dimoro, tra Portici e San Giovanni, è una fonderia bellissima del governo. Vi si fanno macchine, cannoni, proiettili e mille altre cose. Il credereste? La vogliono vendere (si tratta della fabbrica di Pietrarsa, che non fu venduta, ma poco dopo venne data in affitto a un noto speculatore milanese, Iacopo Bozza). Se il governo ha simili stabilimenti in Piemonte, perché non averne anche a Napoli? Intanto il paese si commuove, che si fa la guerra alle industrie napoletane, e tutto ha da venire di Piemonte e molti concludono con queste brutte parole: ci trattano come paese conquistato … Ho udito da uomini gravissimi che in ottobre, salvo pochi poliziotti e i soldati sbandati, non c’era partito borbonico. Oggi non si potrebbe dire lo stesso. Sono borbonici la parte maggiore e più ricca dell’aristocrazia, il clero, la schiera innumerevole degli impiegati, privati, spesso non si sa perché, dell’ufficio (oggi, però, noi sappiamo che questo succedeva perché bisognava fare posto ai disoccupati piemontesi) e non pochi altri ordini di persone offese o non sapute guadagnare dal nuovo governo … Abbiatemi per imparziale. Io vi dico meno, e non più del vero.’ La situazione viene descritta negli stessi termini anche dal deputato Francesco Proto Carafa, duca di Maddaloni, nell’interpellanza che inoltrò il 20 novembre 1861 alla presidenza della Camera, ma che non venne autorizzato a leggere pubblicamente nell’assemblea. Proto Carafa era stato oppositore dei Borbone ed esule politico e pertanto si era attivamente battuto per la causa italiana, ma di fronte agli esiti tragici dell’unificazione fu costretto a rivedere le sue posizioni, avvicinandosi sensibilmente alla dinastia, che pure aveva contribuito a sconfiggere. Nella sua interpellanza Proto Carafa tra l’altro dice: ‘Intere famiglie veggonsi accattar l’elemosina; diminuito, anzi annullato, il commercio, serrati i privati opificii per concorrenze subitanee, intempestive, impossibili a sostenersi per lo annullamento delle tariffe … E frattanto tutto si fa venire dal Piemonte (come denunciato anche da Savarese nella lettera a Vieusseux), persino le cassette della posta, la carta per i Dicasteri, e per le pubbliche amministrazioni. Non vi ha faccenda nella quale un onest’uomo possa buscarsi alcun ducato, che non si chiami un piemontese a disbrigarla. A mercanti di Piemonte dannosi le forniture della milizia, e delle amministrazioni, od almeno delle più lucrose, burocratici del Piemonte occupano quasi tutti i pubblici uffici, gente spesso più corrotta degli antichi burocratici napoletani, e di una ignoranza, e di una ottusità di mente, che non teneasi possibile dalla gente di mezzodì. Anche a fabbricar le ferrovie si mandano operai piemontesi, ed i quali oltraggiosamente pagansi il doppio che i napoletani; a facchini della dogana, a carcerieri vengono uomini di Piemonte, e donne piemontesi si prendono a nutrici nell’ospizio dei trovatelli quasi neppure il sangue di questo popolo più fosse bello e salutevole. Questa è invasione, non unione, non annessione! Questo è un voler sfruttare la nostra terra, siccome terra di conquista. Il governo di Piemonte vuole trattare le province meridionali come il Cortes o il Pizarro facevano nel Perù e nel Messico, come i fiorentini nell’agro Pisano, come i genovesi nella Corsica, come gli Inglesi nei regni del Bengala.’A proposito dei danni arrecati al Sud dall’Unità, in conclusione vale la pena di ricordare anche quanto dice il noto liberale Giustino Fortunato. In una lettera inviata il 2 settembre 1899 a Pasquale Villari, lo storico e politico lucano descrisse in modo sintetico, ma estremamente efficace, quello che era accaduto nell’ex regno, scrivendo: ‘L’unità d’Italia è stata, purtroppo, la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’unità ci ha perduti (Il grande intellettuale era un convinto antiborbonico, certamente non nostalgico del precedente regime, e pertanto le sue dichiarazioni si possono ritenere assolutamente imparziali)’.Nella sua lettera Giustino Fortunato parla anche della iniqua distribuzione delle risorse nella nuova Italia. Ecco infatti come continua: ‘Tutto il macchinario dello Stato presente, se è tollerabile dalle forze dell’Alta Italia, è intollerabile dalle nostre esauste forze. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionale in misura ben maggiore che nelle meridionali.’ Di questo, però, parleremo diffusamente nelle prossime puntate.
SECONDA PUNTATA.
I libri di Enrico Fagnano IL SUD DOPO L’UNITÀ, IL PIEMONTESISMO e I POETI DELLA NOTTE sono disponibili presso la libreria del caffè letterario ‘L’Identitario’ in Via Lucrezia d’Alagno 28, Napoli (adiacenze Archivio di Stato).










