Rubrica l’Indipendentista di GIuseppe GIunto
Quando si parla di Unità d’Italia, la narrazione pubblica tende a privilegiare le grandi figure, le battaglie, i proclami. Molto meno spazio viene dedicato alle vite ordinarie, alle sofferenze silenziose, alle conseguenze sociali delle scelte politiche. Eppure è proprio lì, nella microstoria, che si coglie la vera natura di un processo storico.
Tra il 1862 e il 1863, nel pieno della repressione del brigantaggio, un deputato britannico, Lord Henry Charles George Gordon-Lennox, visitò le carceri napoletane. Non era un oppositore dell’Unità: era un conservatore inglese, favorevole al nuovo Regno d’Italia, e secondo alcune fonti anche agente informale del governo britannico. La sua testimonianza, proprio per questo, è politicamente dirompente.
Lennox trovò le prigioni colme di uomini che non avevano mai visto un giudice. Detenuti senza interrogatorio, senza capi d’accusa, senza alcuna certezza sul proprio destino. Un ungherese, Blumenthal, gli raccontò in francese di essere rinchiuso da diciotto mesi senza che nessuno gli avesse rivolto una domanda. Altri prigionieri, affollandosi attorno al visitatore, chiedevano: “Perché siamo in prigione? Perché non ci processano?”
Il direttore del carcere, incapace di fornire spiegazioni, ammise di avere 83 detenuti mai processati, metà dei quali non aveva ricevuto neppure un interrogatorio. Molti erano anziani, malati, uomini che Lennox descrive come “dall’aspetto misero, balbettanti, i capelli bianchi, appoggiati a grucce”. Non ribelli, non briganti: semplicemente persone finite nel vortice di un sistema giudiziario paralizzato e di una politica che, nel tentativo di consolidare il nuovo Stato, aveva trasformato la detenzione preventiva in strumento di controllo sociale. Il Mezzogiorno era sotto stato d’assedio. Le leggi eccezionali permettevano arresti senza mandato, processi militari, detenzioni amministrative. La lotta al brigantaggio, presentata come guerra contro la criminalità, era in realtà una guerra civile non dichiarata, che coinvolgeva contadini, artigiani, pastori, donne e anziani. La prigione diventava così un dispositivo politico: non solo punizione, ma prevenzione, intimidazione, contenimento.
La forza della testimonianza di Lennox sta proprio nei dettagli: un uomo che balbetta, un altro che si regge su una gruccia, un direttore che non sa spiegare perché custodisce decine di persone senza processo. Sono frammenti di vita che restituiscono la realtà quotidiana della repressione, molto più eloquenti di qualsiasi statistica. Il parallelismo con il film di Nanni Loy, Detenuto in attesa di giudizio (1971), non è solo un espediente narrativo. È un richiamo alla continuità dei problemi strutturali del sistema giudiziario italiano: lentezza, inefficienza, abuso della detenzione preventiva. Il cinema civile degli anni Settanta, come la testimonianza di Lennox, ci ricorda che la giustizia non è solo un principio astratto, ma un’esperienza concreta che può segnare o distruggere vite.
La storia del Mezzogiorno postunitario, letta attraverso gli occhi di un inglese, ci invita a guardare oltre la retorica nazionale e a riconoscere la complessità di un processo che fu, insieme, politico, sociale e profondamente umano.
Lennox visita il Carcere Giudiziario LA CONCORDIA (1854-1904):
“..C’erano un vescovo cattolico romano e due preti, tirati giù dal letto un mese prima, e destinati a trascorrere i propri giorni in compagnia di criminali incalliti… C’era un uomo in prigione da due anni, un vecchio vicino ai settant’anni, curvo per l’età e costretto ai pasti carcerari: uno al giorno e solo acqua da bere.
A SALERNO;
“…il direttore fu estremamente cortese e, saputo il motivo della mia visita, si augurò che potesse recare qualche positiva conseguenza. Soggiunse che era costretto in quel momento a tenere 1359 prigionieri in un carcere che poteva ospitarne 650: tale affollamento aveva provocato un’epidemia di tifo che aveva ucciso anche il medico e una guardia “.
Visita il Carcere della VICARIA (NAPOLI);
“…Dei 1000 prigionieri, 800 erano confinati in cinque stanze non divisa da porte, ma da sbarre di ferro, cosicchè gli effluvii emanati da quegli 800 uomini circolavano liberamente da un capo all’altro…Ma torniamo al cortile della prigione. Per fortuna non capita spesso di vedere quello che ho visto, uno spettacolo che non dimenticherò mai…Non appena mi videro, i detenuti si precipitarono verso di me con grida pietose e reiterate, con gli occhi iniettati di sangue e le braccia protese, implorando non la libertà, ma il processo; non la clemenza, ma una sentenza… Ho conversato con detenuti in attesa di giudizio che mi dicevano: SE ALMENO POTESSIMO AVERE QUALCHE INDIZIO DELLA SENTENZA CHE CI ATTENDE, LA NOSTRA DISPERAZIONE NON SAREBBE COSI NERA. Alla fine di ogni cammino, per quanto duro, è possibile scorgere una scintilla di speranza; ora c’è solo disperazione”.
È inutile dire che quelle persone non avevano fatto nulla, si veniva arrestati per un semplice sospetto, una spiata, addirittura molti denunciavano per un rancore passato. Con il Governo Sabaudo, e la legge Pica ci fu il periodo più buio della storia Meridionale, forse si sarebbe rivisto 80 anni dopo in Italia.















